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Rompere il muro del silenzio: 24 ore per Julian Assange

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24 ore per Julian Assange: Manifestazione con appello lanciato dall’agenzia stampa internazionale Pressenza. L’importante è far sentire tante voci diverse che in tutto il mondo chiedono la stessa cosa: Free Julian Assange! Leggi l’articolo adesso per saperne di più!

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Rompere il muro del silenzio: 24 ore per Julian Assange

L’importante è far sentire tante voci diverse che in tutto il mondo chiedono la stessa cosa: Free Julian Assange!

Chiunque voglia partecipare attivamente alla manifestazione a Caltanissetta (giornalisti, testate giornalistiche, attori, cantanti, DJ, etc…) contatti USPL Unione Sindacale Per La Libertà all’email: [email protected]

«Julian Assange è un uomo, un giornalista che ha rivelato i crimini e i criminali delle guerre in Afghanistan e in Iraq degli Stati Uniti. Julian Assange per questo è stato punito, è stato ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione.

Mentre i crimini e i criminali sono impuniti e assolti. Julian Assange rischia di essere estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere». Così si apre l’appello lanciato dall’agenzia stampa internazionale Pressenza, che l’associazione USPL Unione Sindacale Per La Libertà ha sposato con convinzione, aderendo al comitato promotore dell’iniziativa.

L’obiettivo è quello di sensibilizzare i cittadini, rompere il muro di silenzio dei media mainstream e fare pressione sulle autorità politiche, attraverso una manifestazione di 24 ore consecutive che si svolgerà il prossimo 15 ottobre, arricchita da eventi proposti in tutto il pianeta da organizzazioni sociali, testate indipendenti e attivisti, uniti da una diretta internazionale.

Una iniziativa per difendere la libertà di Julian Assange e con essa quella di tutti noi. (Continua a leggere dopo la foto)

24 ore per julian assange

A due mesi dalla sua realizzazione, la maratona “24 ore per Julian Assange” si sta diffondendo rapidamente per tutto il pianeta, con decine di eventi già confermati e centinaia di attivisti, organizzazioni sociali e testate coinvolte, tra cui USPL Unione Sindacale Per La Libertà.

Si punta «alla massima apertura, diversità e creatività possibili – un piccolo evento di quartiere, uno spettacolo, una manifestazione, un incontro tra amici, un video, un’intervista radiofonica, una dichiarazione.

Tutti sono benvenuti, non importa quanto “piccoli” o “grandi”».

Pertanto, sono invitati «attivisti di base, giornalisti, personaggi dello spettacolo, artisti, scrittori ecc ecc a partecipare secondo le loro possibilità, capacità e gusti», attraverso l’apposita sezione sul sito, arricchita da una mappa interattiva e in continuo aggiornamento sugli eventi in programma.

La manifestazione comincerà in un punto preciso a una certa ora del 15 ottobre e durerà 24 ore, durante le quali una diretta collegherà tutte le iniziative del pianeta, al grido di “Julian libero!”.

Julian Assange rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.

Per questo motivo, la sua lotta è la lotta di tutti e richiede un impegno diffuso, in modo da formare una diga compatta all’onda che vorrebbe travolgere un simbolo e condannarlo a 175 anni di carcere.

Attualmente, Julian Assange è detenuto nel Regno Unito e rischia l’estradizione negli Stati Uniti a seguito dell’autorizzazione in tal senso da parte del governo britannico.

Assange, il Regno Unito autorizza l’estradizione negli Usa

Il governo britannico ha autorizzato ufficialmente l’estradizione negli Stati Uniti per Julian Assange.

Dopo il parere favorevole della Corte di Londra nello scorso aprile, era necessario il via libera da parte del ministro degli Interni britannico Priti Pate, arrivato in mattinata.

La notizia è giunta ad Assange nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh dove si trova rinchiuso ormai da tre anni dopo l’arresto per un mandato di cattura internazionale emesso dagli Stati Uniti, in risposta alla diffusione di documenti e informazioni che hanno mostrato le violenze commesse dall’esercito statunitense in Iraq e Afghanistan.

A Washington il giornalista rischia 175 anni di carcere.

Pochi giorni fa, i legali di Julian Assange hanno annunciato di aver citato in giudizio la Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti e l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo. (Continua a leggere dopo la foto)

free assange

L’accusa, presentata ieri in un tribunale distrettuale di New York, è di aver registrato le conversazioni tra il fondatore di WikiLeaks e i suoi legali, con tanto di accesso ai contenuti dei loro telefoni e computer.

La contromossa di Julian Assange: causa alla CIA per spionaggio

I legali di Julian Assange hanno annunciato di aver citato in giudizio la Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti e l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo. L’accusa, presentata ieri in un tribunale distrettuale di New York, è di aver registrato le conversazioni tra il fondatore di WikiLeaks e i suoi legali, con tanto di accesso ai contenuti dei loro telefoni e computer. Gli avvocati, insieme a due giornalisti statunitensi che si sono uniti alla causa, affermano che la CIA avrebbe violato il diritto costituzionale alla protezione delle conversazioni private, avendo intercettato le comunicazioni con Assange, cittadino australiano.

Secondo i legali, la CIA avrebbe collaborato con Undercover Global, una società di sorveglianza in rapporti lavorativi con l’ambasciata ecuadoriana a Londra – dove Assange viveva all’epoca –, per spiare il fondatore di WikiLeaks, i suoi avvocati, giornalisti e altri che ha incontrato. Undercover Global avrebbe così fornito informazioni contenute nei loro dispositivi elettronici alla CIA e posizionato microfoni intorno all’ambasciata, inviando negli Stati Uniti registrazioni e filmati provenienti dalle telecamere di sicurezza. Se l’accusa dovesse essere confermata, «ci troveremmo di fronte alla contaminazione, se non alla distruzione, del diritto del fondatore di WikiLeaks a un processo equo», ha dichiarato Robert Boyle, uno dei legali coinvolti. «Per questo motivo» – continua Boyle – «ci dovrebbero essere sanzioni, anche fino al rigetto delle accuse o al ritiro della richiesta di estradizione».

Attualmente, Julian Assange è detenuto nel Regno Unito e rischia l’estradizione negli Stati Uniti a seguito dell’autorizzazione in tal senso da parte del governo britannico. Se venisse estradato, si troverebbe a dover rispondere di pesanti accuse da parte del governo statunitense. Tra queste, figura quella di spionaggio per aver diffuso documenti militari riservati, che hanno mostrato le violenze – visibili su WikiLeaks – dell’esercito di Washington in Afghanistan e in Iraq. L’iter giudiziario non è ancora concluso, con la famiglia e i legali di Assange che sono intenzionati a continuare la battaglia legale in cui il giornalista rischia di essere condannato a 175 anni di carcere in una prigione di massima sicurezza statunitense.

La contromossa di Assange si inserisce in un iter giudiziario non ancora concluso, con la famiglia, i legali e milioni di persone nel mondo pronte a battersi per il giornalista australiano, come dimostra l’annuncio della 24 ore, l’ultima di una lunga serie di iniziative di supporto ad Assange nate negli anni.

La moglie di Assange chiede ai giornalisti di svegliarsi

Stella Morris, la moglie di Julian Assange, è intervenuta nel corso del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia per rivolgere delle parole molto dure ai giornalisti occidentali. Ricordando come Assange rischi 175 anni di carcere in una prigione statunitense per aver raccontato verità scomode per il governo di Washington (rendendo di pubblico dominio le atrocità commesse dai soldati americani in Afghanistan e Iraq), ha esortato i professionisti dell’informazione a non far calare il sipario sulla vicenda. Il governo statunitense ha esercitato infatti molta pressione sui giornalisti occidentali affinché smettessero di parlare del caso Assange, quasi quanta ne ha fatta sulla Corte Penale Internazionale perché smettesse di indagare sui crimini di guerra commessi dal proprio esercito nei due conflitti in Medio Oriente. Se si concludesse con la sua definitiva incarcerazione il caso Assange, ricorda Morris, potrebbe costituire un pericoloso precedente per i giornalisti di tutto il mondo, che potrebbero essere arbitrariamente imprigionati a vita per aver svolto il loro lavoro. Riportiamo di seguito il testo dell’intervento per intero. (Continua a leggere dopo la foto)

stella morris julian assange

“Gentilissime/i giornaliste e giornalisti,

siamo qui, al vostro Festival Internazionale del Giornalismo, per parlarvi di un vostro collega, rinchiuso in condizioni terribili solo per aver fatto il suo lavoro di giornalista investigativo, denunciando le malefatte e i segreti inconfessabili di governi e potenti.

Stiamo parlando, naturalmente, di Julian Assange.

In questi drammatici giorni, riempiti di immagini di distruzione, di morte e di disperazione in Ucraina, vi vediamo tutti intenti a denunciare eccidi e crimini di guerra. Proprio ciò che Julian Assange ha dedicato la sua vita a svelare e a castigare.

Con una differenza, però. Voi svelate e castigate i crimini di guerra della Russia, paese che il governo statunitense ha qualificato di “nemico”. Il vostro è dunque un lavoro giornalistico “al servizio della verità”, come amate proclamare – ma di una verità comoda.

Assange, invece, ha svelato e castigato i crimini di guerra della NATO in Afghanistan e in Iraq – quelli di cui il governo statunitense ha detto che non bisognava parlare e sui quali la Corte Penale Internazionale non deve indagare. Il lavoro giornalistico di Julian, dunque, è stato anch’esso “al servizio della verità” – ma di una verità scomoda.

Talmente scomoda che il Dipartimento della Giustizia statunitense considera la diffusione di quelle verità meritevole di fino a 175 anni di carcere ai termini dell’Espionage Act del 1917.

Ma dove eravate voi, allora, mentre Julian Assange denunciava i crimini di guerra commessi dall’Occidente in Afghanistan e in Iraq?

Non abbiamo visto la solerzia e l’indignazione che oggi mostrate nei confronti della Russia, quando a commettere le barbarie eravamo noi (i buoni, i democratici). Non abbiamo visto né dirette né maratone per gli orrori che noi e i nostri alleati abbiamo commessi in passato in Afghanistan, in Iraq, in Libia e oggi in Siria, in Palestina, nello Yemen e nel Sahel.

C’è stata, però, una persona che, quasi in solitaria, ha osato denunciare questi orrori, portando alla luce del sole molteplici crimini – comprese torture che fanno venire la nausea solo a sentirle nominare – commessi da noi, i buoni. Questa persona ha addirittura costruito un sito ingegnoso, Wikileaks, per poter raccogliere anonimamente le prove dei crimini commessi. Ed è per questo che quella persona è perseguitata, dagli Stati Uniti, sin dal 2010, quando pubblicò il famoso video “Collateral Murder”, quel macabro video game.

Dal 2012 Assange è privo della sua libertà e dall’11 aprile del 2019, è rinchiuso in attesa di giudizio in un carcere di massima sicurezza, destinato agli autori di delitti efferati, dove subisce le torture denunciate dal relatore ONU Nils Melzer e da oltre 60 medici esperti in torture.

E voi? Voi, da quale parte state?

Dopo aver attinto a piene mani dalle sue rivelazioni, almeno in un primo tempo, non potete pronunciare oggi una sola parola in difesa di Julian Assange? Dopo aver contribuito alla sua demolizione mediatica agli occhi dell’opinione pubblica, non potete spendere oggi una sola parola per riabilitarlo? Ad esempio, informando i vostri lettori – che hanno letto i vostri articoli accusando Assange di stupro – che si era trattata di una montatura ormai archiviata?

Non potete dare rilievo al piano della CIA, rivelato da Yahoo News, di rapire Assange o di ucciderlo? E biasimare poi la sua estradizione in un paese che ha pensato di assassinarlo?

Non potete spiegare ai vostri lettori che non esiste una sola rivelazione di WikiLeaks che sia risultata falsa, non c’è una sola rivelazione che abbia messo a repentaglio la sicurezza di un Paese o quella di un individuo. L’unica sicurezza che è stata messa in discussione è stata quella dell’Occidente di poter continuare a commettere crimini di guerra impunemente.

Non sono questi “fatti di rilievo” di cui sentite l’obbligo di scrivere, per rispetto della vostra professione?

Il prossimo 20 aprile, la ministra degli interni britannica Priti Patel si troverà sul suo tavolo l’ordine di estradizione di Assange verso gli Stati Uniti, che lo vogliono condannare fino a 175 anni di carcere duro: non potrà più vedere né familiari né gli avvocati, in pratica verrebbe sepolto vivo. Un vostro collega, sepolto vivo per aver fatto il suo lavoro di giornalista investigativo: non vi turba questo pensiero?

È tempo che prendiate le sue difese e chiediate la sua liberazione. Lo dovete a noi, a tutti i cittadini di oggi e a quelli di domani, perché se Julian Assange verrà estradato o se dovesse morire prima in carcere, sarà la morte anche dell’informazione libera, la morte del nostro #DirittoDiSapere cosa fanno realmente coloro che ci governano. (Continua a leggere dopo la foto)

24 ore per julian assange

Un’ultima parola. Se Julian non sarà liberato, neanche voi sarete liberi. Se domani voi venite in possesso di informazioni segrete che rivelano crimini di guerra commessi da un paese della NATO, ricordando Julian vi sentirete costretti a cestinare quelle informazioni e a lasciar impunite le persone implicate. In una parola, vi sentirete costretti ad una vita di complicità.

E’ dunque anche per la VOSTRA libertà che vi chiediamo di intervenire a favore della liberazione di Julian Assange”.

Il testo dell’intervento è stato reso pubblico da Peacelink.

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