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Cos’è la libertà? Qual’è il suo significato nel 2022?

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La libertà è un concetto fondamentale nella storia e nella filosofia occidentali, eppure è anche un concetto estremamente complesso e contraddittorio. In altre parole, la libertà è un concetto che può essere interpretato in molti modi diversi. Leggi l’articolo adesso per saperne di più!

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Cosa è la libertà?

La libertà è una parola complessa che può avere molteplici significati

La libertà è un concetto fondamentale nella storia e nella filosofia occidentali, eppure è anche un concetto estremamente complesso e contraddittorio. Da un lato, la libertà è spesso associata all’idea di autonomia e di indipendenza, come la libertà di scelta o di pensiero.

Dall’altro lato, la libertà è anche associata all’idea di chaos e di caos, come la libertà di espressione. In altre parole, la libertà è un concetto che può essere interpretato in molti modi diversi.

In generale, la libertà può essere definita come l’assenza di vincoli esterni o interni che impediscono di agire, di pensare o di esistere in un determinato modo. Questa definizione è però estremamente generale e può essere interpretata in molti modi diversi.

significato ed etimologia della parola libertà

Ad esempio, si può parlare di libertà negativa, ovvero l’assenza di vincoli esterni, come la libertà di scelta; si può parlare di libertà positiva, ovvero l’assenza di vincoli interni, come la libertà di pensiero; o si può parlare di libertà come autonomia, ovvero la capacità di agire in modo indipendente.

Inoltre, la libertà può essere intesa sia come un diritto che come un dovere. Da un lato, infatti, la libertà può essere considerata come un diritto inalienabile dell’individuo, come la libertà di pensiero o di espressione. Dall’altro lato, la libertà può essere considerata come un dovere, come la libertà di scelta o di azione.

Infine, la libertà può essere intesa sia come un bene che come un male. Da un lato, la libertà può essere considerata come un bene prezioso da tutelare e difendere, come la libertà di pensiero o di espressione. Dall’altro lato, la libertà può essere considerata come un male da cui difendersi, come la libertà di scelta o di azione.

In conclusione, la libertà è un concetto estremamente complesso e contraddittorio, che può essere interpretato in molti modi diversi.

Origine ed etimologia della parola Libertà

Libertà dal latino libertas (essere libero). La radice lib- si ritrova in parole che rimandano all’idea di piacere come libertino, liberale, libidine, ecc. Nella parola libertà il piacere va accostato all’essere e non ai piaceri dei vizi.

L’etimologia della parola “libertà” è abbastanza complessa. Il termine deriva dal latino libertas, che a sua volta deriva dal proto-indo-europeo *leudh-er-, che significa “essere libero”. Il termine *leudh-er- si riferisce alla libertà di movimento, di azione e di pensiero. La parola *leudh-er- è anche la radice del verbo latino līberāre, che significa “liberare, rendere libero”.

La parola “libertà” ha assunto molte connotazioni diverse nel corso della storia. Nel mondo antico, la libertà era spesso associata all’indipendenza politica. Per molti, la libertà era la capacità di governare se stessi, senza la dominazione di altri.

Nel mondo medievale, invece, la libertà era spesso associata alla libertà religiosa. Per molti, la libertà era la capacità di scegliere la propria religione, senza l’imposizione da parte di altri.

Nel corso dei secoli, la parola “libertà” ha assunto molte altre connotazioni. Oggi, la parola è spesso associata all’idea di democrazia. Per molti, la libertà è la capacità di scegliere i propri leader, senza la dominazione di altri. In altri contesti, la parola è associata all’idea di autonomia. Per molti, la libertà è la capacità di governare se stessi, senza l’interferenza di altri.

In sintesi, la parola “libertà” ha assunto molte connotazioni diverse nel corso della storia. Oggi, la parola è spesso associata all’idea di autonomia politica o religiosa.

Tuttavia, la parola può anche riferirsi alla libertà di movimento, di azione o di pensiero. In ogni caso, la parola “libertà” è un concetto fondamentale nella storia dell’umanità

Il volto impresentabile della libertà

Tra i molteplici significati che ha assunto la parola libertà, ce ne sono due in particolare che la seguono da sempre come un’ombra: la negazione, la presa di distanza, la fuga da qualcuno o qualcosa, e la parentela con la scena pubblica.

Libero, nel lessico greco e latino, è il non schiavo: maschio, adulto, appartenente a una comunità di eguali a cui è affidato il governo della città, figlio di genitori nati a loro volta liberi, in grado di sostenersi in armi e perciò dotato di poteri politici.

É il cittadino guerriero. Fuori, negli interni domestici che la libertà e la politica si lasciano alle spalle, ci sono gli schiavi, le donne, gli adolescenti, esclusi dalla partecipazione alla cosa pubblica ed espropriati della loro stessa vita.

Ma, sacrificato sull’altare della pòlis, è anche l’individuo, sottoposto in tutto, fin nelle sue scelte più intime, all’autorità del corpo sociale.

Un destino comune sembra imparentare perciò all’origine la libertà e la politica: uno strappo, un atto di cancellazione, il bisogno di dislocarsi rispetto a una matrice o a vincoli più o meno dichiarati.

Nel vuoto apparente che si lasciano dietro vanno a collocarsi le donne, ma anche i corpi, le persone, le relazioni primarie e le vicissitudini improrogabili di ogni esistenza.

Sarà per questo che, anche quando si fanno più articolate, più estese, le libertà -politiche, individuali- restano per larga parte formali, facili a sparire o a farsi inglobare su un versante o sull’altro.

L’esito che Tocqueville delinea per le democrazie occidentali è meno paradossale di quanto sembri:

l’atomizzazione porta “ogni cittadino a isolarsi dalla massa dei suoi simili, a mettersi da parte con la sua famiglia e i suoi amici, in modo che dopo essersi creato una piccola società per proprio uso, abbandona volentieri la grande società a se stessa”, ma non può impedire che resti comunque prigioniero dell’opinione generale, che “lo abbraccia, lo dirige, l’opprime”.

Individualismo e uniformità, apatia politica ed estensione crescente dei poteri della società sull’individuo, appaiono come le due facce della stessa medaglia, destinate a contrapporsi e a ricongiungersi, a divergere e a divorarsi vicendevolmente.

Nel saggio di Benjamin Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819), l’opposizione è solo apparente: il “piacere vivo e ripetuto” del cittadino antico nell’esercizio della sovranità, e la “felicità dei singoli”, il “godimento pacifico dell’indipendenza privata”, grandi conquiste dei moderni, hanno bisogno del sostegno reciproco, perché poli complementari di una visione dicotomica che rimanda al protagonista unico della storia: il sesso maschile.

C’è voluto un lungo percorso affinché, dalla zona d’ombra della vita pubblica, condizioni, rapporti dati come “naturali” -le passioni del corpo, la proprietà, le disuguaglianze economiche, i ruoli sessuali, gli impulsi d’amore e di odio- mostrassero, riaffiorando, quanto profonde, ramificate e inafferrabili siano le radici della libertà, quanto sia più giusto toglierle quella desinenza assertiva e parlare invece di “liberazione”.

Gli “enigmi” che la storia si è portata dietro, riguardanti il sesso, la guerra, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il dualismo, appartengono al suo retroterra, a quel “mare ribollente, infido” delle cose non-nominate, per usare un’immagine di Asor Rosa, che la trascina a sua insaputa, costringendola a procedere con gli occhi rivolti al passato.

Oggi sappiamo quanto sono esili i confini tra democrazia e regimi totalitari, quanto il sostrato biologico, considerato la frontiera estrema oscura della ragione, possa diventare, come è stato per il nazismo, la “verità ultima” della storia di un popolo;

sappiamo che la guerra può confondersi con la difesa della vita, e quindi con la pace; conosciamo l’ambiguo legame che tiene insieme il bisogno di sicurezza, di protezione, l’attesa verso l’esterno, e la rinuncia alla libertà.

Allo stesso modo, non possiamo ignorare che la resa delle donne al dominio dell’uomo è tuttora compensata da risarcimenti secondari, da gratificazioni illusorie e tuttavia durature.

Ma non sembra che tale saggezza riesca a scalfire il sedimento secolare delle coercizioni su cui continuano a crescere e proliferare libertà visibilmente fragili, diritti destinati a restare sulla carta, opportunità, eguaglianze solo verbali.

Eppure, si è affacciata in tempi non lontani una rivoluzione pacifica -che non significa esente da sofferenze e conflitti- capace di dare avvio a un’ “altra” storia, un’altra politica, altre forme di convivenza tra diversi, altri legami tra individuo e società.

Il movimento non autoritario e il femminismo degli anni ’70, spostando il centro della teoria e della pratica politica fuori dai luoghi istituzionali dove siamo abituati a collocarle -su corpo, sessualità, infanzia, rapporto uomo-donna-, hanno restituito alla conoscenza e a un possibile cambiamento vicende essenziali dell’umano date come “naturali” e quindi immodificabili.

La persona, il sesso, l’inconscio, le relazioni primarie, visti dalle teorie sociali come l’ignoto, l’estraneo, l’indicibile, una volta sottratti a un’indebita naturalizzazione, si sono rivelati componenti inscindibili dell’idea di libertà che abbiamo ereditato, la ragione prima delle sue contraddizioni, delle sue comparse e delle sue eclissi.

Se gli esseri umani sono parsi, per loro “natura”, ora buoni ora malvagi, forse è perché è stato difficile, e sembra esserlo tuttora, fissare lo sguardo in quella regione incerta, “bio-psico-sociologica”, che sfugge al pensiero settorizzato.

É da lì che il movimento non autoritario e il femminismo hanno dato avvio alla loro rivoluzione copernicana, sicuri che da quelle lande, da cui la civiltà sempre prende inizio e alimento, si potessero ripensare alcune delle convenzioni sociali più restie al cambiamento.

A proposito dell’asilo autogestito di Porta Ticinese a Milano, aperto nei primi anni ’70, Elvio Fachinelli, che ne era stato il promotore, scrive: “Sembra di trovarsi in una società violenta, tra il fascista e il mafioso, in cui il più forte e più prepotente protegge quelli della sua famiglia… si vede sorgere una gerarchia di ferro, basata sulla forza e sulla prepotenza.

Già a tre anni di età, molti bambini arrivano all’asilo rattrappiti, coartati; si ha l’impressione che qualcosa che era disponibile è ormai congelato. Si tratta spesso di comportamenti rigidi, che tendono a ripetersi, e che sembrano costringere l’adulto ad assumere una posizione puramente coercitiva, analoga a quella che è stata assunta dai genitori e che è probabilmente all’origine di questi tratti del comportamento.

Il rischio di un continuo rafforzamento ripetitivo dell’esperienza precoce è dunque sempre presente.

freedom libertà libertas

Per tentare di sciogliere queste membra paralizzate è essenziale che si presenti al bambino un adulto diverso…Qui la sola politica che abbia un minimo senso liberatorio, una politica necessaria, anche se può apparirci impossibile, è una politica radicale, nel senso marxiano del ‘prendere l’uomo alla radice’.

Qualche tempo fa, discutendo con un rappresentante ufficiale dell’educazione milanese, egli venne fuori a dire: ‘Ma seguendo voi, bisognerebbe costruire le case in modo diverso, bisognerebbe cambiare la città!’ Ebbene, io credo che questa sia veramente la posta della nostra azione”.
(E. Fachinelli, Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli 1974)

Il “paradosso della ripetizione”, la nostalgia che spinge l’individuo a rivivere le esperienze più significative fatte nel periodo della maggiore dipendenza dagli altri, diventa, nell’analisi innovativa di Fachinelli, ostacolo e insieme elemento propulsore della libertà, replica cieca del già vissuto o ripresa aperta verso nuove soluzioni.

Sotto questo aspetto, anche il riemergere, in un momento di declino dell’autorità paterna e di forte pressione della società dei consumi, di un fantasma materno “saziante e divorante”, poteva apparire al medesimo tempo come minaccia di integrazione e spinta alla rivolta giovanile che nel ’68 ha stravolto le tradizionali categorie interpretative del reale e del possibile, dei bisogni e dei desideri, dell’individuo e della collettività.

Ma dove l’idea di libertà ha subito il suo più radicale ripensamento è stato nelle pratiche del femminismo, nella coscienza che ha riportato fuori dalle secche della “naturalità” il più antico dei domini, quello che ha riservato al sesso maschile non solo il potere di decidere le sorti del mondo, ma il pensiero, la costruzione ideativa e immaginaria che lo sostiene.

L’intelligenza dell’uomo, essendosi arrogata le prerogative di unica esperienza compiuta dell’umano, non poteva che dare al processo di individuazione -cioè all’uscita dalla comune condizione animale- il volto di un “neutro”, mutilato di quell’appartenenza corporea e di sesso che l’avrebbe rivelato nella sua parzialità.

Riportate entro la narrazione della storia personale -attraverso l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio- le illibertà non potevano che subire un processo inedito di svelamento: non erano solo quelle presenti nella vita sociale, e neppure ne condividevano modi e qualità.

Rispetto alle coercizioni esterne e a tutte le forme di violenza manifesta, che si sono accompagnate al dominio maschile, “immensa” appariva l’ “alienazione dell’io” conseguente all’aver fatta propria inconsapevolmente la rappresentazione del mondo dettata da altri.

Nelle conversazioni radiofoniche, tenute su Radiotre da Rossana Rossanda con alcune amiche femministe sulle “parole della politica”, Paola Redaelli così descrivere la rivisitazione del concetto di libertà:

“Libertà è una parola bellissima. Per me anzitutto vuol dire libertà di essere. Libertà di essere diversa. Per cui, a dire il vero, non è senza contraddizioni con uguaglianza. Libertà di essere diversa malgrado le leggi, al di là delle leggi, anche al di là di quelle che chiamavi ‘leggi di natura’.

Libertà è poter scegliere senza cancellare niente di se stessi: il proprio essere intellettuale, i propri bisogni materiali, il proprio io profondo. Libertà è poter non trascurare nessuna parte di sé. Trasformare davvero il proprio rapporto con il mondo, fino all’ultimo e senza possibilità di tornare indietro.”
(R. Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1989)

Per una “libertà che parte da dentro”, lo scavo nelle vite, spinto fin dentro la memoria del corpo, sembra non avere mai fine, e il femminismo, che ha aperto questo nuovo orizzonte, appare davvero come “la rivoluzione più lunga”, quella che non disdegna le frontiere ultime del pensiero, le esperienze che hanno il corpo come interlocutore e parte in causa.

Riportare lo sguardo sulla scena pubblica, come chiede oggi un movimento di donne in evidente ripresa, senza restare ancora una volta respinte o affascinate, comporta un forte ancoramento alla storia e alla cultura che il femminismo ha prodotto, la riattualizzazione di teorie e pratiche che per fretta o paura sono state troppo presto abbandonate.

Richiede soprattutto che, pur continuando a parlare di “libertà femminile”, non si dimentichi che dominate e dominanti hanno parlato per millenni la stessa lingua, che l’alienazione delle une non è stata senza costi per l’umanità degli altri.

La vita e la politica, oggi intrecciate più che mai, aspettano ancora di essere sottratte alla falsa dialettica che le ha astrattamente contrapposte e perciò spinte di necessità verso ideali o perverse ricomposizioni -le parentele insospettabili tra il sogno d’amore e la biologizzazione della politica, tra la nostalgia dell’unità a due della nascita e la ricerca di corpi sociali compatti, omogenei, incontaminati, che caratterizza i nazionalismi, i sussulti etnici e identitari e, oggi, lo “scontro di civiltà”.

Aspettano, soprattutto, che si dia un volto, un corpo, un sesso, una storia al protagonista unico che, con una sorta di sdoppiamento, ha creato artificiose, ingannevoli “differenze”, cancellando somiglianze e diversità reali.

Le parole archetipiche sono spesso le più comuni e le più difficili – difficile scovarne gli etimi più profondi, trarne i significati più puri e completi.

La libertà, forse, si avvicina etimologicamente al piacere: libare, libidine; e anche alla fratellanza, alla famiglia: in latino i “liberi” sono i figli, e ancora oggi le liberalità sono i doni incondizionati.

Anche in altre lingue è forse così: pensiamo al “freedom” inglese, così affine al “friend”, all’amico, e al “Freiheit” tedesco, così affine alla “Friede”, alla pace.

Quel che risulta trasparente, circa questo stato, è che la libertà è ben lontana dal pirata, dall’artista viaggiatore: non è un’erranza capricciosa e irresponsabile.

La libertà sta in una trama complessa che involve interiorità e realtà esterna (ci son più vincoli in ognuno di noi che in cento dittature), pensiero, istruzione, espressione, l’ampiezza delle proprie possibilità e la stabilità della propria posizione, in un’asserzione, insomma, fluida, ma sempre rivolta al bene, al valore: niente ci fa sentire il cuore libero quanto la danza di una ballerina talentuosa, e i suoi movimenti liberi, liberi, non sono arbitrari o casuali, ma al contrario equilibrati, studiati e limatissimi.

Questo è ciò che ci racconta la Liberazione, il 25 aprile, che la libertà sono delle redini da tenere salde e da riprendersi, se ci scappano di mano o se i cattivi ce le tolgono, che la libertà sono delle statuizioni forti e precise che non tollerano deroghe (in alto la Costituzione), non lassismi indifferenti, che non c’è libertà fuori dalla libertà civile e che la libertà è uno stato di sforzo – come la vita -, uno sforzo titanico, fatale che tutti siamo chiamati ad esercitare per piacere nostro, per amore di chi ci è vicino, ma soprattutto perché è giusto e buono.

Dopotutto, quale è l’opposto della libertà? La cattiveria.

Liberi insieme: la lezione di Gaber e l’attualità di un messaggio

Le radici etimologiche indoeuropea e sanscrita del termine «libertà» derivano entrambe dall’idea di una crescita comune: è un processo che non deve fermarsi.

«La libertà è partecipazione», cantava Gaber. E, se ci rivolgiamo all’etimologia del termine, sembra proprio che avesse ragione. Ne Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Benveniste sostiene infatti che sia la radice indoeuropea di libertà (leuth o leudh da cui, ad esempio, elèutheria in greco e libertas in latino) sia quella sanscrita (frya da cui, tra gli altri, freedom in inglese e Freiheit in tedesco) derivano dall’idea di una crescita comune.

Non a caso, termini come amore e amicizia riconoscono in molte lingue le stesse radici – si pensi a love e friend o a Liebe e Freund. La libertà, insomma, non è tanto la descrizione di uno stato individuale, quanto piuttosto un interminabile processo collettivo teso a sviluppare una comunità in costante ibridazione.

Liberi da, liberi di, ma anche «liberi con»

giorgio gaber la libertà

Certo, la libertà da (fame, indigenza, paura ecc.) e la libertà di (parlare, fare, dissentire ecc.) restano obiettivi da perseguire, ma a queste «due libertà» dobbiamo affiancare, se vogliamo che mantengano tutta la loro potenza trasformativa, la libertà con.

Al che diventa necessario domandarsi: con chi? Non v’è dubbio, almeno per chi rifiuta logiche oppressive, che questo «con» debba comprendere l’intera umanità.

E le decine di miliardi di non umani sfruttati a morte in condizioni orrende e inimmaginabili? Come possiamo pensare di essere liberi quando, in questo stesso momento, moltitudini sterminate di animali si vedono negata qualsiasi forma di riconoscimento, negazione che, a sua volta, nega a noi la possibilità di crescere con loro?

Il compito politico di cancellare le mostruosità

La mia libertà di mangiare quello che voglio è semplicemente una parola vuota di fronte alla cancellazione più cupa della loro libertà di (muoversi, relazionarsi, vivere…), della loro libertà da (terrore, malattia, sevizie…) e della comune libertà con.

La libertà ha frequentemente assunto le sembianze di uccelli immaginari che volteggiano nell’aria. Ora siamo posti di fronte al compito politico di rendere reali questi voli.

Dobbiamo liberare la libertà dalla normalità che recide la gioiosa mostruosità che ne costituisce la sua caratteristica più intima. Se non si dà come liberazione — e, come afferma Fanon, «ogni liberazione unilaterale è imperfetta» —, la libertà semplicemente non c’è.

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