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Il governo di Giorgia Meloni finanzia le scuole private e dimentica quelle pubbliche

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All’interno della legge di bilancio approvata dal Consiglio dei Ministri nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 novembre, il governo di Giorgia Meloni ha previsto un finanziamento di 70 milioni di euro agli istituti paritari. Il contributo annuo su cui potranno contare le scuole private sale dunque a 626 milioni di euro. La grande assente della prima manovra economica targata governo Meloni è stata l’istruzione pubblica. Leggi l’articolo adesso per saperne di più!

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Il governo Meloni finanzia le scuole private e dimentica quelle pubbliche

All’interno della legge di bilancio approvata dal Consiglio dei Ministri nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 novembre, il governo di Giorgia Meloni ha previsto un finanziamento di 70 milioni di euro agli istituti paritari. Il contributo annuo su cui potranno contare le scuole private sale dunque a 626 milioni di euro, in linea con l’indirizzo politico tracciato dagli esecutivi precedenti.

Nel 2012, il finanziamento statale destinato agli istituti paritari era di 286 milioni. Cinque anni dopo, nel 2017, il budget era quasi raddoppiato: obiettivo definitivamente raggiunto dal governo Draghi, che ha deciso di portare il contributo a 556 milioni e lasciare in sospeso un’ulteriore quota da 70 milioni di euro.

Eredità prontamente raccolta dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è detto soddisfatto del lavoro portato a termine: «una legge di bilancio che non si limita a un lavoro ragionieristico ma fa delle scelte politiche».

La grande assente della prima manovra economica targata governo Meloni è stata l’istruzione pubblica. Non dovrebbe stupire in un Paese che nel 2020 ha destinato al settore soltanto il 3,9% del proprio PIL, in diminuzione rispetto al 2010, quando la spesa pubblica rivolta all’istruzione rappresentava il 4,3% del Prodotto Interno Lordo.

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Cifre lontane dalla media dell’Unione Europea, pari al 4,7% del PIL nel 2020 e al 5% un decennio prima.

L’Italia si ritrova da anni a rincorrere gli obiettivi comunitari in tema di istruzione e formazione: dall’abbandono scolastico precoce (tasso del 13,1% contro una media UE del 9,9%) alla percentuale di giovani di età compresa tra i 25 e 34 anni che hanno completato l’istruzione terziaria, ferma al 28,9% e lontana dalla media europea del 40,5% nonché dall’obiettivo del 45% entro il 2025.

Non aumentare i fondi e addirittura ridurli negli anni non aiuta di certo a tutelare un settore, quello dell’istruzione, cruciale all’interno di un Paese e responsabile della formazione dei cittadini dell’oggi e del domani.

All’interno dell’Agenda 2030 stilata dall’ONU, l’obiettivo 4 mira a “fornire un’istruzione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Obiettivo che stona con «le scelte politiche» del governo Meloni, lo stesso che ha istituito il Ministero dell’Istruzione e del Merito.

La direzione intrapresa dal nuovo esecutivo, così come dai suoi predecessori, è spiegata alla luce del processo di liberalizzazione degli ultimi decenni. Lo Stato finanzia le scuole paritarie perché risparmia. Gabriele Toccafondi, ex sottosegretario all’Istruzione, nel 2018 affermò: «L’Italia riconosce alle scuole paritarie un contributo di 500 milioni di euro annui (500 euro all’anno a studente).

Alla scuola statale, invece, ogni iscritto costa 6.000 euro l’anno (per ogni ordine e grado dalle elementari alle superiori). Il resto lo paga la famiglia».

Economia e politica che si intrecciano per smantellare l’istruzione pubblica, il cui obiettivo è (o almeno dovrebbe essere) la formazione di cittadini attivi, menti critiche con un bagaglio di conoscenze e competenze utili per comprendere il ruolo da voler ricoprire nella società, in una scelta libera dalle logiche di mercato e dalla propaganda che, in modo più o meno esplicito, caratterizza la politica e i mezzi di comunicazione.

Cosa c’è nella prima manovra economica del governo Meloni

Il governo Meloni ha varato nella notte tra lunedì 21 e martedì 22 novembre la sua prima manovra finanziaria: si tratta di un documento di programmazione pluriennale per il periodo 2023-2025 che contiene misure per quasi 35 miliardi di euro, dei quali due terzi saranno destinati a favore di misure per il contenimento del caro energetico.

Il testo della Legge di bilancio dovrà ora essere approvato da Camera e Senato e successivamente spedito a Bruxelles entro il 30 novembre. Una volta sentito il parere della Commissione e recepite le eventuali indicazioni, il testo dovrà essere approvato in via definitiva dal Parlamento entro il 31 dicembre.

prima manovra economica del governo meloni

Nella conferenza stampa del 22 novembre, il presidente Giorgia Meloni si è detta «soddisfatta del lavoro che abbiamo fatto», «perché abbiamo scritto questa legge di bilancio che non si limita a un lavoro ragionieristico ma fa delle scelte politiche». La premier ha poi aggiunto che «Le due grandi priorità sono la crescita e la giustizia sociale, cioè l’attenzione alle famiglie e alle categorie più fragili».

Dei 35 miliardi stanziati, 21 sono a deficit e destinati all’aiuto di famiglie e imprese per fare fronte al caro energetico.

Come si legge nel documento programmatico di bilancio, è stata «confermata l’eliminazione degli oneri impropri delle bollette, rifinanziato fino al 30 marzo 2023 il credito d’imposta per l’acquisto di energia elettrica e gas naturale che per bar, ristoranti ed esercizi commerciali salirà dal 30% al 35%, mentre per le imprese energivore e gasivore dal 40% al 45%.

Per il comparto sanità e per gli enti locali, compreso il trasporto pubblico locale, stanziati circa 3.1 miliardi».

Per le famiglie più fragili è stato confermato e rafforzato il meccanismo che consente di ricevere il bonus sociale bollette, con un innalzamento della soglia Isee da 12.000 euro a 15.000 euro.

I restanti 14 miliardi, invece – ancora da reperire – saranno destinati al taglio del cuneo fiscale, alla flat tax, alla riforma delle condizioni per accedere alla pensione e ad alcuni sgravi fiscale sui beni di prima necessità: è prevista, infatti, la riduzione dell’Iva al 5% sui prodotti per l’infanzia e gli assorbenti e l’aumento dell’assegno unico per le famiglie che sarà più alto anche per chi ha il primo figlio.

Per le famiglie dai tre figli in su sarà raddoppiata la maggiorazione forfettaria prevista per i nuclei numerosi che passa quindi da 100 a 200 euro mensili. Per finanziare le misure, il governo conta soprattutto su due entrate derivanti dall’abolizione progressiva del reddito di cittadinanza e dall’innalzamento al 35% della tassazione sugli extra-profitti. Inoltre, dal 2023, la soglia per l’uso del contante salirà dai 1000 euro attuali a 5000.

Nel dettaglio, per quanto riguarda le pensioni, dal 2023 entrerà in vigore Quota 103 per cui sarà possibile andare in pensione a 62 anni di età e con 41 anni di contributi. Il governo ha spiegato che questa misura è concepita come provvisoria – valida solo per il 2023 – in vista di una riforma più strutturale che verrà concordata con le parti sociali.

Al momento i lavoratori che potrebbe andare in pensione con Quota 103 sono 48.000 per una spesa complessiva di 750 milioni di euro. Il taglio del cuneo fiscale, invece – che vale 4.185 miliardi – andrà tutto a beneficio dei lavoratori: quelli con un reddito annuo lordo pari o inferiore a 20.000 euro pagheranno tre punti percentuali in meno di contributi previdenziali;

quelli con un reddito fino a 35.000 euro, invece, due punti percentuali in meno, così come era già stato stabilito dal governo Draghi relativamente al 2022. Per i lavoratori autonomi e le partite Iva è prevista l’estensione della flat tax al 15% fino a 85.000 euro, mentre è definitivamente saltata la proposta della flat tax incrementale per tutti i contribuenti per mancanza di fondi.

Sempre sul piano del lavoro, inoltre, sono previste agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato per donne under 36 e per percettori di reddito di cittadinanza e la proroga delle agevolazioni per l’acquisto della prima casa per i giovani.

In base alla bozza del disegno di legge di Bilancio, il reddito di cittadinanza sarà abrogato a partire dal 2024 e riformato già a partire dal 2023. Dal prossimo anno, infatti, non sarà più possibile fare domanda per ottenere il sussidio che sarà gradualmente cancellato per i cosiddetti occupabili.

Quest’ultimi – che devono avere tra i 18 e i 59 anni e non avere in famiglia disabili, minori o anziani oltre i sessant’anni – potranno accedere al reddito per non più di otto mesi e dovranno partecipare per almeno sei mesi ad un corso di formazione o riqualificazione, pena la perdita del contributo.

Coloro che, invece, non possono lavorare continueranno a ricevere il sussidio per tutto il 2023, mentre a partire dal 2024 riceveranno una nuova forma di assistenza dedicata esclusivamente ai poveri e agli inabili, le cui modalità di accesso devono ancora essere individuate attraverso uno dei disegni di legge di accompagnamento alla manovra.

Nonostante il governo abbia parlato di una manovra in forte «discontinuità» rispetto alle misure dei governi precedenti, è evidente come anche questa legge di bilancio segua i parametri dell’austerità, rimanendo vincolata ai limiti di spesa pubblica imposti da Bruxelles in nome dei “conti pubblici in ordine” e del contenimento di un debito in buona parte causato dagli interessi sui titoli di Stato – di cui beneficia la speculazione finanziaria internazionale – e usato, allo stesso tempo, come strumento di controllo sugli Stati.

La manovra in questione, del resto, ricalca le misure già preimpostate dal governo Draghi con cui sono perfettamente in linea e impiega un ammontare di risorse assolutamente insufficiente per rilanciare davvero l’economia del Paese, proprio per rispettare i parametri europei e non entrare in collisione con le istituzioni comunitarie.

Il tutto è confermato dalle dichiarazioni sia del presidente Meloni che del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Quest’ultimo ha parlato di un «approccio prudente e realista» che tiene conto della situazione economica internazionale in un’ottica «sostenibile per la finanza pubblica». Mentre la Meloni in conferenza stampa ha spiegato che «L’approccio che abbiamo avuto è come quello di un bilancio familiare, quando mancano le risorse non sei lì a preoccuparti per il consenso ma su cosa sia giusto fare».

Anche per questo, è saltato, tra le altre cose, il taglio dell’Iva su pane, pasta e latte: al suo posto il governo ha pensato ad una “carta risparmio” che i comuni dovrebbero erogare alle famiglie più in difficoltà.

Il proposito di un approccio “sovranista” anche in ambito economico, che ha caratterizzato a lungo la linea politica di Lega e Fratelli d’Italia, dunque, è stato accantonato per adeguarsi al “vincolo esterno” di Bruxelles e alle leggi del mercato, condizioni ormai sempre più indispensabili per restare alla guida del Paese.

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