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Il regime dei “peggiori” sbaglia tutto. Carovita, restrizioni e guerra. L’urlo contro Draghi per il patto da 3 mld: “No al governo della guerra, delle restrizioni e del carovita”

caro bollette
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“No al governo della guerra e del carovita”: è questo l’urlo levatosi l’altro ieri pomeriggio da Piazza Castello, sede di una manifestazione contro la visita del presidente del consiglio Mario Draghi, in città per firmare il “patto” da 3 miliardi per Torino. Il regime dei peggiori sbaglia tutto. Continua a leggere l’articolo per saperne di più!

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Segnali di allarme sulla guerra: bollette, benzina e quelle bombe atomiche in Italia controllate dall’esterno

Il disastro è dietro l’angolo.

Saranno depresse tutte le città italiane a partire dalla prossima settimana quando i segni della guerra e le sanzioni cominceranno ad essere concretamente sulle nostre tavole: gli aumenti dei prezzi, le bollette, l’aumento della benzina. Probabilmente anche il razionamento degli alimentari.

Sarà un periodo difficile per il nostro Paese. E abbiamo bisogno di una politica contro la guerra, per la pace. Non si tratta di inviare armi, ma di trovare soluzioni diplomatiche.

Non si tratta di inviare armi, ma di salvare le vite umane. Questo dobbiamo fare in un Paese come il nostro dove siamo pieni di bombe atomiche della Nato e degli Stati Uniti. (Continua a leggere dopo la foto)

no al governo della guerra

Bombe atomiche che non sono neanche governate dalle forze armate italiane, dal Governo italiano. Quindi il nostro segnale è di pessimismo.

Il governo tace sul disastro economico che ci sta arrivando addosso: quello che accadrà sarà terribile per tutti

Parliamo della situazione critica dell’Italia in questa guerra.

Già il nostro paese, la nostra economia e i lavoratori italiani hanno subito un contraccolpo enorme relativamente alla gestione politica della pandemia, abbiamo visto le bollette triplicate, i licenziamenti e le delocalizzazioni.

Adesso ci arriverà il disastro economico della guerra, se non addirittura il coinvolgimento pieno nel conflitto, vediamo una classe politica e un governo totalmente sdraiati su un’idea di leggerezza della guerra che invece è pesante sia per le persone che muoiono ma anche per i risultati economici che coinvolgono le popolazioni, che coinvolgono i popoli.

Quello che accadrà nel nostro Paese da oggi in poi sarà veramente terribile e non sembra che dal punto di vista del governo e della politica ci sia la percezione di quello che sta accadendo.

La piccola e media impresa saranno travolte, oggi è l’unico asse portante della nostra economia, mentre il lavoro dipendente è vittima degli intrighi delle multinazionali.

Siamo in una condizione di grande preoccupazione, basterebbe vedere quante sono le imprese che chiudono, che sono sul livello di chiusura, basterebbe qual è l’unica impresa che si sta alzando in borsa: abbiamo visto Leonardo passare al 17% in più.

Questo non compensa, costruendo carri armati, mandando in missili in Ucraina non salviamo l’economia del nostro Paese. Dovremmo essere preoccupati tutti ma non mi sembra che il governo italiano vada in questa direzione.

Mi sembra ci sia un sorta di leggerezza nel parlare dalle guerra che è atroce e amara per i popoli coinvolti ma anche per tutto quello che sta attorno: l’economia e la vita quotidiana delle persone.

Mi sembra invece che tutta questa fase venga presa con un’enorme leggerezza che però sconteremo tutti, a partire da coloro che vivono del proprio lavoro.

Green pass, Bianchini lancia la mobilitazione ▷ “Questa è una farsa, pronti a disubbidire a Draghi

Caro carburante, rincari record dell’energia elettrica e il Green pass. La tempesta perfetta sembra essersi abbattuta sull’economia italiana. Le bollette e il rialzo speculativo degli idrocarburi, complice il conflitto in Ucraina, hanno colpito senza pietà i conti delle aziende italiane e dei piccoli esercizi commerciali.

In tale contesto il mantenimento del Green pass, provvedimento eliminato o mai introdotto dai concorrenti europei italiani, sembra il colpo di grazia per il tessuto commerciale italiano. (Continua a leggere dopo la foto)

bianchini

Bianchini, presidente di MIO- Movimento Imprese Ospitalità, lancia il grido di allarme sul futuro dei piccoli esercizi commerciali: “Oggi siamo stati totalmente abbandonati a noi stessi, da quando c’è Draghi al governo le nostre aziende sono state lasciate totalmente al loro destino e oggi siamo al punto di non ritorno.

Avevamo detto che avremmo toccato il fondo e ora con questa guerra siamo arrivati allo ‘showdown’. C’è ancora chi si ostina a parlare di restrizioni, del prolungamento del Green pass.

Loro parlano, ma i dati del Ministero della Salute. Noi abbiamo sempre osteggiato il Green pass, questo non è uno strumento di controllo ma serve a tracciare i movimenti degli italiani. Deve esistere un moto di orgoglio degli italiani, altrimenti saremo definitivamente schiavi di un’applicazione“.

A Torino va in scena l’ennesimo atto della dittatura di Mario Draghi

Manifestazione in Piazza Castello: studenti, lavoratori, disoccupati e sfrattati; corteo per le vie del centro.

“No al governo della guerra e del carovita”: è questo l’urlo levatosi oggi pomeriggio da Piazza Castello, sede di una manifestazione contro la visita del presidente del consiglio Mario Draghi, in città per firmare il “patto” da 3 miliardi per Torino.

“Ulteriore taglio dei servizi essenziali”

La contestazione riguarda sia le misure locali che nazionali:

“Lo sbandierato risanamento dei conti realizzato con questo patto ha dei vincoli che porteranno a un’ulteriore limitazione dei servizi essenziali: a pagarne le spese, come sempre, saranno le classi lavoratrici.

Dallo scoppio della pandemia, inoltre, il Governo ha solo avvantaggiato Confindustria, scegliendo di investire in armi piuttosto che affrontare la crisi economica e il caro vita, reprimendo ogni forma di lotta sociale;

il miglioramento si può ottenere solo cambiando radicalmente il sistema”.

“Servono risorse per scuola, trasporti e sanità”

Sulla stessa lunghezza d’onda: “Le risorse del Patto per Torino andranno sempre ai soliti noti e alle imprese portando avanti un modello che esclude i ceti popolari, i poveri e i precari.

Ci troviamo di fronte a un Governo che, a fronte di una crisi sociale ed economica aggravata dalla pandemia e dalla guerra, fa quello che vuole senza un reale confronto.

Noi portiamo avanti la nostra opposizione sociale, come forze sindacali, dicendo no al carovita, alla speculazione edilizia e all’aumento delle spese militari chiedendo risorse per sanità, trasporti e scuola”.

“Dimenticati i lavoratori interinali e i disoccupati”

In piazza anche rappresentanti degli studenti, dei lavoratori precari e degli sfrattati: “I lavoratori della sanità pubblica assunti con contratto interinale da Gi Group sono stati lasciati a casa con 3 giorni di preavviso, si calcola che in Piemonte siano in oltre 3mila in questa situazione, gli eroi usa e getta della pandemia.

A loro si aggiungono gli inquilini sotto sfratto nonostante la casa popolare assegnata con contratto di Locare, e i ‘teleriscaldati’ delle Vallette con bollette impossibili da pagare.

Il patto salva comuni, infine, ha dei vincoli che ricadranno soprattutto sulle famiglie come la riforma dell’Irpef, senza considerare l’azione scellerata dei sindacati confederali, che oltre ad opporsi al salario minimo hanno firmato per lo sblocco degli sfratti”.

In piazza anche la rabbia dei taxisti: “No al ddl concorrenza”

Una delle categorie in stato di agitazione è quella dei tassisti, che già ieri avevano manifestato ‘occupando’ la tangenziale di Torino:

“Il ddl concorrenza sta svendendo un servizio pubblico essenziale come il nostro, fondato su tariffe amministrate e gestite dal comune, alle multinazionali basate sul profitto: è una condizione che non possiamo accettare, se finissimo nelle mani delle piattaforme tecnologiche non riusciremmo più a fornire continuità e un’adeguata qualità”. (Continua a leggere dopo la foto)

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Un’ala del presidio si è poi staccata per sfilare in corteo tra le vie del centro, facendo tappa davanti a Palazzo Nuovo e alla sede della Rai di via Verdi.

Gianluigi Paragone e il Draghistan

“Martedì a Torino la democrazia italiana ha perso nel silenzio generale un altro pezzo.

Poco male, sono mesi che la latitudine dei diritti e libertà è stata spostata un pò più in là sostenuta da una buona ragione che sa di falsità più che di emergenza.

A Torino era in visita il premier Mario Draghi, l’uomo della Provvidenza, colui al quale il parlamento ha consegnato una maggioranza larghissima, tanto da resettare le rispettive identità (ce ne saranno ancora?) e da rinnegare i programmi elettorali.

Nella città sabauda il Governatore si è comportato da re, ordinando – previa disposizione della signora Lamorgese, la ministra degli idranti ai lavoratori, dei manganelli agli studenti e dei moti ondulatori dei blindati – di non essere disturbato.

Guai a rompere la celebrazione del «Mancetta tour», il giro nelle città italiane più importanti con cui Mario Draghi, colui che azionò il bazooka monetario del quantitative easing, elargisce i soldi finti del Pnrr a sindaci coi bilanci tiratissimi.

Poiché però l’Italia non è fatta di soli beoti che si bevono tutto o di giornalisti che tributano applausi al termine delle conferenze stampa presidenziali, qualche malumore inizia a montare:

le bollette costano, signora mia, e pure la benzina e il carrello della spesa si fanno parecchio sentire, tanto più se in casa lavora uno su due e magari è pure precario.

Per non dire di coloro che si sono dovuti vaccinare per avere ancora uno straccio di busta paga con cui far fronte al caro vita, o di quelli che non si sono vaccinati e che per questo stanno subendo trattamenti discriminatori sul lavoro.

Ecco, io ero a Torino con loro.

Una manifestazione composta, al termine della quale però mi avevano raccontato di cariche, di manganelli e di gente a terra in attesa dell’ambulanza.

Essendo lì assieme a una deputata, Jessica Costanzo, ci sembrava doveroso andare a sincerarci della situazione. Un parlamentare è nel pieno dell’esercizio delle sue prerogative anche in casi simili.

Ma non a Torino, non con Draghi in visita pastorale blindata. Davanti a me e alla Costanzo dirigenti della questura hanno opposto un muro di agenti con casco, scudo e armamenti vari (tutto testimoniato in diretta sui social) su ordine del questore di Torino, a cui va riconosciuto il premio «zelante dell’anno».

Il questore sicuramente avrà salvato la sua poltroncina ma non solo ha fatto una pessima figura ma ha pure dato dimostrazione della sua scarsa capacità a gestire situazioni tutt’altro che tese: sarebbe bastato far passare – come giusto che fosse – due parlamentari e la cosa finiva lì.

Ma la democrazia nel tempo del Draghistan non prevede dissenso. Perché la Democrazia in Purezza è sacra. E va difesa non solo schierando quelle forze dell’ordine che a Torino come in altre città vorrebbero vedere quando c’è da fare i conti coi violenti, i delinquenti, gli spacciatori, gli ubriachi molesti, i ladri e via discorrrendo;

va difesa eliminando le tossine del dissenso.

In questi mesi di lunga rieducazione abbiamo visto la prima fase (vaccini di Stato per lavorare, Green Pass per dimostrare il diritto di cittadinanza, dovere di omologazione per avere il diritto di parlare senza essere etichettati);

la seconda è in cantiere: dalla identità digitale al posto dei diritti Costituzionali, alla eliminazione degli spazi democratici attraverso la neutralizzazione dell’opposizione.

Se oggi due parlamentari possono essere bloccati da un muro di agenti in tenuta antisommossa senza che nessuno parla bocca, domani faranno di tutto per escludere democraticamente i partiti antisistema:

basta rendergli la vita impossibile con la raccolta delle firme, il controllo delle stesse, alzando il quorum a cifre assurde in un parlamento ridotto di rappresentanti e poi tollerando qualche broglietto per annullare i voti. La Democrazia in Purezza va difesa anche a costo di qualche impurità. È l’emergenza, baby.”

_Gianluigi Paragone_

Bollette, Paragone furioso sulle “balle del governo” ▷ “Solo bugie: ora in piazza contro Draghi”

Il caro bollette si abbatte sulle famiglie italiane. Un rincaro dell’energia che pesa sempre più sulle tasche dei cittadini. Secondo le stime ufficiali l’ulteriore extra spesa per ogni nucleo famigliare sarebbe, solo per l’energia, di circa 2 mila euro all’anno.

Il costo dell’energia oltre a gravare direttamente sulle famiglie alimenta una crescita dell’inflazione e delle merci, ulteriore tassa indiretta che colpisce gli italiani.

Il governo è intervenuto annunciando nuove misure per il sostegno a imprese e nuclei famigliari. Per Paragone, furioso contro il governo, gli annunci dell’esecutivo Draghi sono “balle”, un pannicello caldo assolutamente insufficiente e di fatto inutile.

Secondo il senatore di Italexit l’intervento avrebbe come effetto una diminuzione del carburante e dell’energia del tutto irrisorio. (Continua a leggere dopo la foto)

gianluigi paragone

Proprio Paragone aveva presentato al governo un emendamento per il taglio degli oneri di sistema, un intervento sostanzioso per aiutare in modo efficace le famiglie italiane: “Il governo non ha voluto, forse perché c’era qualche pressione delle grandi lobby. Questa è la proposta che propone Italexit”.

Gianluigi Paragone litiga con la Polizia a Torino: “O mi fate passare o mi arrestate”

“Io sono un Senatore della Repubblica, o mi fate passare o mi arrestate”. A rivolgersi così agli agenti di Polizia è Gianluigi Paragone, il leader di Italexit, alla manifestazione di protesta a Torino contro l’arrivo del Presidente Mario Draghi.

I poliziotti stavano bloccando l’accesso ai manifestanti e Paragone ha filmato quei momenti concitati, postando poi il video sul suo profilo Facebook. (Continua a leggere dopo il video)

Il Covid fa meno paura – Lavoro e bollette in cima alle preoccupazioni degli italiani

Lo rivela un sondaggio: I dati positivi sulla discesa della curva della pandemia hanno spostato le attenzioni sul caro vita e sulle questioni economiche.

A due anni dall’inizio della pandemia, in cima alle preoccupazioni degli italiani non c’è più il Covid 19. Ma il lavoro e il caro bollette. Lo rivela un sondaggio.

Non è un caso che il premier Mario Draghi, impegnato a fronteggiare un momento di importante transizione, perda il 4,3% nell’indice di fiducia nell’arco di 20 giorni passando dal 52,1% al 47,8%. (Continua a leggere dopo la foto)

caro bollette carovita

Interrogando i cittadini sulle priorità su cui vorrebbero il governo in prima linea compaiono al primo posto il lavoro e l’occupazione (20%), seguiti dal “caro bollette”.

Se a questo si sommano l’indicazione dell’inflazione generale (7,6%) e la necessità di sanare il gap del carovita per i cittadini maggiormente in difficoltà (4,7%), è evidente che in vetta prevalga la paura dei cittadini nei confronti dell’aumento del costo della vita.

Il tema economico viene chiamato in causa anche come richiesta diretta di un impegno per la ripresa economica nazionale (14,9%).

Calano invece le preoccupazioni legate alla salute e alla sanità: l’intervento nel campo della sanità per migliorare il presidio territoriale aiutando e incentivando il lavoro dei medici di base viene ritenuto prioritario dal 6,9%, il contrasto al Covid dal 2,3%.

I dati positivi sulla discesa della curva della pandemia hanno spostato le attenzioni sulle pure questioni economiche.

Ma la classifica delle priorità e l’indice di (s)fiducia del premier evidenziano un segnale che a sua volta chiama in causa la non più speranza e la (s)fortuna di puntare sulle (non) capacità e le (non) competenze di Draghi.

Da qui il richiamo alla politica chiamata ad agire non solo sui fattori economici, ma anche sulla necessità di mettere al centro proposte per la pianificazione di un Italia post Covid.

E osservando le evoluzioni delle intenzioni se si votasse domani alle elezioni nazionali, i risultati ottenuti offrono delle indicazioni importanti.

Sia in uno scenario con l’attuale legge elettorale che prevede uno sbarramento al 3%, sia nell’eventualità di un proporzionale puro con sbarramento al 4%, il centrosinistra pagherebbe un prezzo superiore nelle sue tante scomposizioni.

Ma anche per il centrodestra la vittoria non è così immediata, nonostante ci siano ben 9,2 punti di vantaggio a suo favore.

Con l’attuale sistema elettorale, otto formazioni politiche riuscirebbero a garantirsi dei seggi. E così lo schema presenterebbe una sfida alla maggioranza con 199 seggi per il centrodestra alla Camera e 99 al Senato, rispetto al Pd in alleanza con il Movimento 5 Stelle, Mdp-Articolo 1 e Sinistra Italiana, che ne realizzerebbe 164 alla Camera e 82 al Senato.

Al di fuori dei due poli troviamo Azione di Calenda con più Europa e la Federazione dei Verdi che assommano ben 35 seggi alla Camera e 17 al Senato.

Nel secondo esercizio con il proporzionale puro e una soglia di sbarramento al 4%, solo sei partiti avrebbero accesso al Parlamento e i seggi dei tre partiti del centrodestra sommati porterebbero ad una maggioranza netta: 216 alla Camera e 108 al Senato.

A questo punto, a partire da tutte queste osservazioni, è evidente «che sia Mario Draghi e i componenti del governo, sia i partiti e i loro leader dovranno gestire e comunicare le evidenze dell’uso delle risorse economiche e rispettare e attuare i programmi proposti per il futuro».

Draghi promette ma non mantiene: lo scandalo dei miliardi bloccati perché lo Stato non riesce a spenderli

Quando il governo parlava di interventi in favore delle aziende che operano nel settore del turismo, dello spettacolo e dell’automobile, tra i più colpiti in assoluto dalla pandemia, gli italiani avevano pensato a misure rapide per aiutare le aziende a rilanciarsi.

Niente di più sbagliato, invece, visto che nel giro di poche settimane il tutto si è trasformato in un generico “potete aspettare”.

Tanto che i 150 milioni di euro stanziati sotto forma di ristori sono ancora fermi al ministero dello Sviluppo Economico di Giancarlo Giorgetti, che avrebbe dovuto decidere come destinare le risorse insieme ai titolari di Economia, Cultura e Turismo.

Come spiegato da Stefano Iannaccone sulle pagine de La Notizia, a quattro mesi dall’approvazione della legge di Bilancio sono scaduti ben 40 decreti attuativi, andando oltre i termini fissati.

Un intoppo che di fatto “tiene in ostaggio 3 miliardi e mezzo di euro, considerando il trienno 2022-24. Solo per l’anno in corso, poi, oltre un miliardo e 100 milioni è impantanato nella burocrazia ministeriale”.

Anche perché ai provvedimenti scaduti si aggiungono quelli in scadenza o senza un termine predefinito.

Complessivamente, su 152 decreti previsti soltanto 48 risultano adottati secondo l’ufficio di programma del governo. Nemmeno un terzo. E purtroppo l’emergenza non si ferma ai settori del turismo e dello spettacolo.

Il ministro della Cultura Dario Franceschini è in ritardo sul bonus per “l’attribuzione di una carta elettronica” relativa all’acquisto “di biglietti per rappresentazioni teatrali, cinematografiche e spettacoli dal vivo”.

La dotazione è di 230 milioni di euro ogni anno, con scadenza fissata per il 2 marzo. Un mese dopo, il provvedimento non c’è ancora. (Continua a leggere dopo la foto)

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E ancora: altri 450 milioni stanziati per “la transizione industriale in favore delle imprese operanti nei settori ad alta intensità energetica” sono bloccati tra le lungaggini del ministero dell’Economia e quello dello Sviluppo Economico.

L’elenco, secondo La Notizia, è lunghissimo: “Alcuni decreti, peraltro, non richiedono nemmeno la ripartizione di un budget economico. Dovrebbero essere emanati con più celerità, invece niente”.

Come quelli che fanno capo al ministero dell’Istruzione di Patrizio Bianchi, che garantirebbero “l’indicazione delle dotazioni organiche di personale con particolare riferimento ai posti comuni di sostegno” oltre al “rafforzamento del diritto allo studio in classi numerose”. Anche qui, ovviamente, tutto in alto mare.

Le tasse di Draghi (e Salvini). In arrivo le nuove imposte che “aiuteranno” gli italiani

Le famiglie italiane da una parte, alle prese con un periodo storico mai così complicato, con la guerra seguita alla pandemia che rende il futuro sempre più incerto e aumenta le difficoltà economiche.

Dall’altra Mario Draghi, impegnato a difendere i cittadini del Bel Paese a parole salvo poi, nei fatti, voltar loro le spalle, con disarmante puntualità. Gli interessi da difendere, evidentemente, sono ben altri, agli occhi del premier.

Che ha prima difeso con ostinazione la necessità di una revisione delle maxi-rendite catastali e ora si è schierato con chi avanza l’ipotesi di una doppia aliquota (in rialzo) sulla tassazione delle rendite mobiliari e immobiliari. (Continua a leggere dopo la foto)

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Come sottolineato da Franco Bechis sulle pagine della Verità, la sensazione è che la fase del “non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli” sia giunta al capolinea e ora, piuttosto, sia arrivato il momento di tornare a mettere le mani in tasca agli italiani.

Anche perché esperienza insegna che “quando si rimodula, si redistribuisce, si aggiusta il fisco i cittadini farebbero bene a mettere la corazza perché alla fine sono sempre loro le vittime di questi esperti azzeccagarbugli”.

Vedere per credere quello che sta accadendo con l’assegno unico, che avrebbe dovuto mettere in soldi in tasca alle famiglie di reddito medio:

“Tutti hanno capito che alla fine del mese di marzo, intanto, la busta paga ricevuta sarà assai più leggera del mese precedente, nonostante l’avvio del primo modulo della riforma fiscale che nelle premesse avrebbe dovuto appesantirla.

L’assegno unico non è arrivato sul conto corrente, ma chi guadagnava 1.500 euro al mese avendo perso le consuete detrazioni e in alcuni casi anche i famosi 100 euro di Matteo Renzi si ritrova in un momento delicato, con 200-300 euro in meno al mese in tasca”. (Continua a leggere dopo la foto)

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Una situazione che riguarda 8 milioni di persone e che è figlia delle recenti modifiche volute dal governo, con il contributo alle famiglie calcolato ora con metodo patrimoniale attraverso Isee:

“Magari guadagni poco come prima, però si scopre che hai ereditato da mamma o papà mancati da poco una casetta al mare o in campagna e l’assegno lo perdi.

O prendi molti soldi in meno”. Difficile dormire sonni tranquilli, con queste premesse, di fronte alla volontà espressa da Draghi di mettere le mani sul fisco. Il rischio è quello dell’ennesimo, sgradevolissimo scherzetto dietro l’angolo.

Noi di USPL gridiamo a voce alta (e lo grideremo sempre): No al governo della guerra, no al governo della guerra, no al governo della guerra, no al governo della guerra, no al governo della guerra, no al governo della guerra, no al governo della guerra, e ancora più forte… no al governo della guerra!

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