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Covid 19: Troppi silenzi sui guai dei vaccini. Ecco un piccolo elenco che in pochi dicono!

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Covid 19: Troppi silenzi sui guai dei vaccini. Se stai bene, ma poi ti ammali e muori… allora sei morto per COVID 19; se stai bene, ma poi ti vaccini e muori… allora è ESCLUSA la CORRELAZIONE. Leggi l’articolo adesso per saperne di più!

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Covid 19: Troppi silenzi sui guai dei vaccini.

Ecco un piccolo elenco che in pochi dicono!

Confermato il nesso tra vaccino Covid e trombocitemia: adolescente sarà risarcito

È stato accertato il nesso tra la vaccinazione contro il Covid-19 e l’insorgere di trombocitemia autoimmune in un ragazzo di 16 anni residente a Pisa, che ora dovrà essere risarcito dal ministero della Salute in base a quanto previsto dalla legge 210/92. A rendere nota la vicenda è il Codacons, che rappresenta legalmente il ragazzo. Secondo quanto ricostruito dal Dipartimento militare di medicina legale di La Spezia, infatti, il giovane ha riportato “una reazione avversa grave potenzialmente innescata dalla procedura stessa anche se come fattore concausale in soggetto fino ad allora perfettamente sano”. Il danno subito è quindi “ascrivibile alla ottava categoria della tabella A allegata al Dpr 30 dicembre 1981 n 834” per “Menomazione permanente dell’integrità psicofisica”.

Il Codacons ha infatti riferito all’agenzia di stampa Adnkronos che il giovane, uno sportivo che aveva sempre goduto di ottima salute, aveva ricevuto nel luglio 2021 una dose unica di vaccino Moderna. Nell’agosto successivo si erano manifestati i primi sintomi della reazione avversa, con la comparsa di puntini rossi sugli arti. I sintomi erano peggiorati al punto da richiedere il ricovero dopo una visita al Pronto soccorso di Pisa, dove era stato rilevato un valore piastrinico nel sangue di 1000/mm3 (quando il valore minimo dovrebbe essere di 150 mila). Dopo aver effettuato gli esami il giovane, che è rimasto ricoverato fino al 18 ottobre 2021, ha ricevuto una diagnosi di piastrinopenia autoimmune in seguito alla quale i medici, sospettando un nesso con il vaccino anti-Covid, avevano inviato una segnalazione all’Aifa (Agenzia italiana del farmaco). Ulteriori accertamenti effettuati presso il Reparto di Oncoematologia dell’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova e la perizia effettuata dal Dipartimento militare di medicina legale di La Spezia hanno confermato la diagnosi.

Ora il giovane potrà ricevere gli indennizzi per danni da vaccinazione così come previsto dalla normativa vigente, i quali ammonteranno a circa 1500 euro bimestrali per i prossimi 15 anni.

“Uccisi dalla vigile attesa”. Ecco lo studio che inchioda il governo alle sue colpe

Le terapie domiciliari tempestive per il Covid-19 avrebbero potuto salvare molte vite più che dimezzando la mortalità, riducendo fino a dieci volte i ricoveri ospedalieri. A dirlo è uno studio italiano appena pubblicato sulla rivista internazionale Journal of pharmacy and pharmacology research. La ricerca ha messo a confronto le linee guida del governo con la libertà di cure, confermando che la strategia del nostro caro ministero della Salute è stata del tutto fallimentare. La lotta al Sars-Cov2 puntata esclusivamente su paracetamolo e vigile attesa fino (e oltre) all’arrivo del vaccino, ostacolando le cure domiciliari, non solo ha peggiorato (di molto) i risultati clinici, ma è in evidente conflitto con la deontologia e il principio della medicina basata sull’evidenza scientifica. (Continua a leggere dopo la foto)

ministro roberto speranza

Come riportato da La Verità, gli autori dello studio, coordinati da Paolo Bellavite, appartengono ai due principali gruppi italiani che hanno lavorato nel campo delle terapie domiciliari precoci e mettono in fila «gli errori più evidenti», di una «gestione inefficiente della pandemia» del ministero guidato da Roberto Speranza. Lo stesso ministro avrebbe reso «l’Italia tra i Paesi con il maggior numero di ricoveri e decessi per Covid-19». Le linee guida, praticamente inalterate da febbraio 2020, «che dissuadano i medici dall’adozione di terapie domiciliari precoci guidate dalla scienza e dalla coscienza, utilizzando i farmaci ritenuti più appropriati per ciascun paziente», scrivono gli autori, tradiscono il codice etico (art 13) e la legge (94/1998) con delle conseguenze tutt’altro che trascurabili. La «vigile attesa e i soli farmaci sintomatici, in particolare il paracetamolo», con la sanzione per «i medici che non hanno rispettato le raccomandazioni ufficiali», potrebbe essere stata responsabile, in particolare nei primi mesi del 2020, di eccessivi ricoveri e dell’altissimo tasso di letalità (13,7%). Ora il valore medio in Italia è intorno all’1%, ma in Spagna e Grecia è «dello 0,86%, Belgio 0,76%, Germania 0,53%, Francia 0,50%». (Continua a leggere dopo la foto)

ministro roberto speranza salute

Ma che cosa si sarebbe potuto fare per evitare questo scempio? Semplicemente applicare le regole base della medicina: fare autopsie, per esempio, per capire l’eziopatogenesi della malattia (ma sono state bandite); non «lasciare i pazienti a casa senza cure, accettando il rischio che la malattia possa peggiorare» e provare, invece, altri farmaci, anche off-label. La componente infiammatoria del Covid, nota fin da subito, è stata ignorata dal ministero. Eppure, come vari studi, piccoli, ma importanti, hanno dimostrato, antinfiammatori, in particolare l’indometacina, antivirali e antiossidanti somministrati tempestivamente hanno praticamente azzerato i ricoveri e ridotto la durata dei sintomi rispetto ai pazienti che hanno atteso più di 72 ore prima di chiamare il medico. (Continua a leggere dopo la foto)

robertosperanza ipa fg

Paradossalmente (ma non è una sorpresa per chi ascolta il parere dei medici di Ippocrateorg fin dall’inizio) osservano gli autori, il paracetamolo, per i suoi effetti sul metabolismo, potrebbe facilitare il peggioramento del Covid. Insomma, le cure tempestive, come del resto è previsto anche per gli antivirali anti-Covid, «hanno ridotto l’incidenza del ricovero di circa 10 volte», ma il ministero ha preferito «affrontare la pandemia solo attraverso lo sviluppo di vaccini basati su tecnologie nuove e sperimentali» rifiutando «qualsiasi forma di dialogo con i medici che hanno prontamente curato a domicilio», con successo, «migliaia e migliaia di pazienti». Invece di arroccarsi su posizioni ascientifiche, «sarebbe stata necessaria una stretta collaborazione tra le varie componenti e istituzioni sanitarie per uno scambio completo di informazioni e collaborazione», cosa che gli autori si augurano, insieme a studi più ampi, per non affidarsi più solo alla vigile attesa e a Big Pharma.

La verità sull’OMS raccontata dal suo ex capo ricercatore: intervista a Francesco Zambon

Francesco Zambon era a capo dei ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che scrissero un rapporto sulla gestione della prima ondata della pandemia da parte del Governo italiano, pubblicato il 13 maggio 2020. Questo svelava che il piano pandemico – ovvero lo strumento per contrastare le emergenze di questo tipo – non veniva aggiornato dal 2006, ma era stato sostanzialmente ricopiato e presentato come nuovo per ben 15 anni e si definiva la risposta del governo italiano alla pandemia come “caotica, creativa e improvvisata”. Il rapporto scomparve dal sito dell’OMS dopo 24 ore, ufficialmente perché conteneva alcuni errori, e non è più stato pubblicato. Zambon ha rivelato, prima ai vertici OMS e poi, dopo che questi non erano intervenuti, alla stampa quanto accaduto e da allora per lui è iniziata una sorta di via crucis. Ha subito pressioni che lo hanno portato alle dimissioni e ora ha sette processi in corso. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del suo caso e di come funziona realmente l’OMS, ovvero l’agenzia Onu che dovrebbe tutelare la salute pubblica del mondo intero.

13 maggio 2020, per lei da quel momento è iniziata una vicenda molto particolare: ce la può descrivere?

È una vicenda che mi ha stravolto la vita. Il fatto che l’abbia stravolta a me è cosa di poco conto. Ben più importante è la contro-narrazione creata ad arte che la stampa ci propone in questi mesi. L’opinione pubblica che ha seguito la storia del rapporto OMS censurato ricorderà che descrivevamo la risposta italiana come “caotica, creativa e improvvisata.” E proprio per questo il Governo fece di tutto – oggi lo sappiamo per certo – per farlo ritirare. Il ministro Speranza continua a ripetere che “non c’era un piano di istruzioni”, ma questo non è vero nella maniera più assoluta. Il manuale delle istruzioni si chiama piano pandemico, che c’era, ma non era aggiornato. Quello che deve spiegare ai cittadini è perché quel piano – pur vecchio – non è stato attuato.

Per quale ragione il rapporto da lei coordinato è stato censurato dall’OMS?

È importante sapere che nessuno all’interno dell’OMS ha mai mosso degli appunti di merito segnalando i presunti errori contenuti nello studio. È inoltre da segnalare il fatto che l’OMS abbia anzi diffuso un documento al proprio personale – da tutti consultabile su internet – nel quale si spiegava come rispondere alla stampa, prescrivendo che in caso di domande su quali fossero gli errori contenuti nel rapporto ci si dovesse limitare ad affermare che vi erano delle “inaccuratezze fattuali”. Vi è stata copertura e omertà da parte di un organo che rimane intoccabile sia dall’esterno che dall’interno e che andrebbe completamente riformato, partendo dalla rimozione dei suoi vertici. (Continua a leggere dopo la foto)

francesco zambon

Crede sia stata una circostanza particolare quella di cui è stato vittima o dentro l’OMS c’è un problema di conflitti d’interesse politici che ne minano l’indipendenza?

Quello dei conflitti d’interesse dentro l’OMS è un problema scottante del quale ovviamente l’Organizzazione preferisce non parlare. Io credo che il caso che mi ha visto protagonista servirà in futuro per sviscerare alcuni problemi cardine dell’OMS. L’OMS è un organo indipendente delle Nazioni Unite e per il suo corretto funzionamento deve essere immune da ogni influenza esterna. Per essere tale l’Organizzazione si è dotata di un regolamento ferreo, ad esempio tutte le aziende e partner non governativi che ottengono contratti devono dichiarare di non avere conflitti di interesse con l’Organizzazione. Ma questo regolamento non si applica verso i potenziali conflitti d’interesse dei suoi stessi dipendenti, e non si tratta di rari casi.

Il suo caso inoltre mi pare dimostri che anziché preoccuparsi dell’esistenza di conflitti d’interesse interni ci si premuri di contrastare chi li denuncia…

Nell’episodio che mi ha riguardato i vertici si sono occupati di attaccare, fino a distruggerlo, chi ha segnalato agli organi di competenza un illecito. Nel codice dell’OMS c’è scritto che ogni dipendente che vede un illecito lo deve riportare agli organi dipendenti, ed è quello a cui io mi sono attenuto, segnalando quello che a me era sembrato un abuso. Ma non ci si è preoccupati di verificarlo, anzi sono stato attaccato io e mi sono state praticate ritorsioni fino a obbligarmi alle dimissioni. Credo che il mio caso sia stato trattato come esemplare, nel senso che la durezza con la quale sono stato colpito era funzionale anche a scoraggiare quanti avrebbero potuto pensare di fare come me in futuro.

L’OMS ha un problema di personale, nel senso che alcuni al vertice non seguono i principi che dovrebbero guidarli, o il problema è più ampio e strutturale, investendo le fondamenta stesse dell’Organizzazione?

Io credo che i principi fondanti siano ancora validi. L’OMS è nata dopo due guerre mondiali, per rispondere a un desiderio generale e profondamente sentito di solidarietà e cooperazione tra gli Stati. I principi fondanti non potrebbero essere migliori. Ma non è possibile che l’OMS non si sia adeguata ai cambiamenti e alle distorsioni che si sono presentate durante la sua storia. Oggi i versamenti obbligatori che gli Stati versano all’Organizzazione coprono appena il 20% del bilancio, il resto dipende da donazioni volontarie di soggetti privati o di fondazioni o da singoli governi. Questo genera automaticamente un rischio di conflitti d’interesse ed è fonte di sbilanciamento negli stessi progetti portati avanti dall’OMS.

Molte delle iniziative stesse dell’OMS sono partnership pubblico-private, come COVAX, finanziata in parte dalla fondazione di Bill Gates. Questi cosiddetti filantropi secondo lei offrono solo un aiuto disinteressato o in cambio ottengono un reale potere sull’istituzione?

È assolutamente ovvio che in cambio possono ottenere del potere di indirizzo. Teniamo presente che la gran parte delle donazioni non vanno a finanziare l’Organizzazione nel suo complesso, ma singoli progetti – nel caso di COVAX la distribuzione di vaccini anti Covid ai Paesi poveri – ed è chiaro che il finanziatore ottiene poi un potere d’indirizzo sul progetto stesso, visto che ne garantisce la stessa esistenza. Sarebbe oltretutto ora di chiedersi realmente cosa spinge i filantropi a donare, verificando se si tratti di vera beneficenza o se in realtà queste donazioni alimentano ulteriormente il loro capitale. I cittadini devono iniziare a farsi questo tipo di domande.

Abbiamo riscontrato come in molti degli enti governativi deputati all’autorizzazione dei farmaci, come l’Ema in Europa e l’Fda negli Usa, vi è un grosso problema di porte girevoli, ovvero di dirigenti che dopo essere stati dipendenti di multinazionali del farmaco diventano dipendenti dell’ente deputato ad approvarne i prodotti. Esiste anche nell’OMS un problema del genere sui dipendenti?

Assolutamente si. L’OMS ne è piena, specie nelle posizioni apicali, di dirigenti che in passato hanno lavorato per aziende farmaceutiche. Ma io non credo che sia questo il problema: un professionista ha una carriera e per arrivare ai vertici necessariamente compie dei passaggi che spesso si fanno nelle aziende. Non deve essere posto un bollino nero su chi ha lavorato per una multinazionale del farmaco, cosa che potrebbe anzi privarci di persone effettivamente molto capaci. Certo sarebbe opportuno che chi ha lavorato, ad esempio, alla Pfizer non lavorasse all’approvazione del vaccino prodotto dalla medesima azienda. All’interno dell’OMS vi dovrebbe essere un potente organo di controllo che in questo momento manca completamente. Sul mancato funzionamento degli organi di controllo esiste un caso esemplare, poco raccontato.

Mi dica pure…

Tra il 2018 e il 2020 in Congo 21 dipendenti dell’OMS si sono macchiati di stupri ai danni di donne locali, almeno 83 casi certificati da un’indagine indipendente. Dall’inchiesta è stato rivelato che il capo dell’ufficio etico dell’OMS e il capo dell’ufficio investigazioni, ovvero proprio gli organi che avrebbero dovuto controllare casi come questi, sapevano dei fatti e per un certo tempo hanno coperto i colpevoli. Pensare che avvengano abusi sessuali, o contratti dati in cambio di prestazioni sessuali durante una missione di emergenza di Ebola in un Paese provato come il Congo, è un abominio. In una organizzazione sana le teste dei vertici sarebbero dovute saltare, a cominciare da quella del direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che invece si appresta ad essere rieletto in elezioni farsa nelle quali sarà l’unico candidato perché nessuno Stato membro ha proposto nomi alternativi.

Perché una OMS forte e indipendente dovrebbe essere desiderata dai cittadini? Quale importanza potrebbe ricoprire nella tutela della salute pubblica?

Questa è una questione importantissima. È l’OMS l’ente che, se funzionasse correttamente, potrebbe con trasparenza ed efficacia aiutare a risolvere correttamente problemi rilevanti di salute pubblica globale, come quello appena vissuto con il Covid. È l’OMS che avrebbe dovuto fare luce ad esempio su quanto accaduto nel laboratorio di Wuhan, dove invece è stata inviata una missione farsa dove uno degli studiosi nominati dall’OMS per indagare, Peter Daszak, era intriso di palesi conflitti d’interesse avendo lavorato a stretto contatto con il laboratorio stesso. Queste non sono opinioni, sono fatti. L’OMS nelle indagini non è stato né trasparente, né indipendente, né tempestivo. Questa è una questione che dovrebbe interessare profondamente i cittadini.

A Wuhan abbiamo scoperto l’esistenza dei laboratori biologici dove si lavorano i virus anche con metodi controversi come la gain of function. Con il conflitto in Ucraina abbiamo appreso che anche in quel paese esistono biolaboratori, tanto che l’OMS stessa ha lanciato l’allarme chiedendo a Kiev di distruggere gli agenti patogeni presenti. Che idea si è fatto di questi laboratori? L’OMS riesce a monitorarli e sapere cosa vi succede all’interno?

Vi sono diversi livelli di biolaboratori. Quelli che trattano virus potenzialmente molto pericolosi e fanno esperimenti rischiosi come la gain of function sono di livello 4 e di questi abbiamo un censimento preciso. In Ucraina, almeno ufficialmente, non ce ne sono. Tuttavia gli agenti patogeni possono essere contenuti anche in laboratori di ordinaria manutenzione e sono moltissimi, anche in Italia. Questi esistono anche in Ucraina e rappresentano ovviamente un potenziale rischio. Ma non abbiamo dati attendibili.

Nemmeno l’OMS li ha?

No, l’OMS ha le informazioni che gli passano gli Stati. Non ha potere investigativo.

L’OMS non ha l’autorità per esigere di visitare laboratori potenzialmente pericolosi per la salute mondiale?

No, è una delle riforme necessarie. Per ora può solo limitarsi a chiedere allo Stato che ospita i laboratori di essere gentilmente invitata.

E per quanto concerne i laboratori più pericolosi, che effettuano la gain of function, cosa sappiamo?

Molto poco. Sono sottoposti a controlli di tipo militare dagli Stati. Non c’è possibilità di sapere cosa viene fatto all’interno. Non esiste un organo di controllo sui laboratori di livello 4 a livello mondiale e non credo che esisterà. Sono laboratori di stampo militare. Da questi laboratori ovviamente sorgono domande decisive per la sicurezza globale.

Lei ha affermato che l’OMS deve essere profondamente riformata, quali sono i punti che dovrebbero essere affrontati a suo parere?

Innanzitutto deve cambiare la struttura dei finanziamenti che ho descritto, deve essere maggiormente finanziata dagli stati membri e meno dalle donazioni. In secondo luogo vi deve essere maggiore trasparenza su come vengono impiegati questi fondi. Poi deve cambiare il meccanismo, del tutto politico, con il quale viene scelto il direttore generale introducendo una scelta che abbia natura meritocratica. Inoltre deve essere de-politicizzato il processo di selezione dei dirigenti. Sono punti critici già messi nero su bianco dalla commissione indipendente sopra citata ed è ora che vengano messe in atto queste riforme. Spero che i cittadini e la stampa, finita l’emergenza, si ricordino di questa necessità e facciano pressione, perché l’OMS non è una cosa dell’iperuranio, ma è l’istituzione delegata alla tutela della salute di tutti noi. I cittadini hanno il potere di esigere questo e molto altro.

In ultimo vorrei tornare sul suo caso personale. Mi ha personalmente colpito come alcuni grandi giornali italiani del cosiddetto mainstream abbiano trattato il suo caso. Alcuni l’hanno chiamata “idolo dei no vax”, mentre in un’intervista apparsa sul principale quotidiano italiano – con tutte le questioni di pubblico interesse che vi sarebbero da chiederle – hanno ritenuto opportuno domandarle se fosse vaccinato e cosa ne pensasse del green pass. Sembra quasi vi sia un sottile tentativo di screditarla al fine di difendere le istituzioni, gettandola nel calderone da talk-show. La domanda quindi è: avendoci avuto suo malgrado molto a che fare ultimamente, che idea si è fatto della stampa italiana?

Ho coltivato una distinzione netta. I quotidiani maggiori, spesso solo per tiratura ma non certo per qualità, hanno trattato il mio caso in maniera certamente filo-governativa. Su vaccini e green pass ho espresso la mia opinione da medico che legge articoli scientifici e su quelli si basa. I vaccini, in linea generale, sono una delle grandi conquiste della medicina, ma su questi vaccini – ai quali io mi sono sottoposto tre volte – ho moltissimi dubbi e credo che alle aziende produttrici andrebbe chiesto conto di come sono stati condotti i trial visto che la protezione dura solo pochi mesi, talvolta con il titolo anticorpale che scende a zero. Allo stesso modo, non c’è evidenza scientifica di nessun tipo che supporti l’istituzione del green pass per come lo abbiamo inteso noi. Ma chi esprimeva una opinione diversa diventava e diventa immediatamente un complottista e messo al bando. Ecco, questo di per sé è un atteggiamento antiscientifico, perché la scienza è dubbio. Purtroppo la stampa italiana non ha alcuna indipendenza né volontà di dare spazio ad opinioni diverse dal mainstream.

Vaccini anti-Covid ai bambini, studio ISS rivela: proteggono molto meno del previsto

Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet il 30 giugno e realizzato dagli scienziati dell’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute italiano ha rivelato che l’efficacia del vaccino contro il Covid sui bambini nella fascia di età 5-11 anni è molto più bassa di quanto si pensasse. Su quasi 3 milioni di bambini osservati, dei quali 1,1 milioni vaccinati e 1,7 milioni non vaccinati, ha indicato una copertura inferiore al 30% per l’infezione e del 41,1% appena contro lo sviluppo di forme gravi della malattia. Inoltre la protezione diminuisce rapidamente dopo il primo ciclo di vaccinazione. Lo studio è il più grande di questo tipo mai realizzato e l’unico ad essere stato effettuato al di fuori degli Stati Uniti.

Dall’inizio della pandemia, in Italia, sono 10 mila le ospedalizzazioni di bambini di età inferiore agli 11 anni e meno di 200 i ricoveri in terapia intensiva. A partire dal 7 dicembre 2021 il Ministero della Salute italiano ha aperto alle vaccinazioni con vaccino Pfizer-BioNTech per i bambini in questa fascia d’età, con un regime di due dosi a distanza di 21 giorni l’una dall’altra. Al 13 aprile 2022 – data di conclusione dello studio dell’ISS – su 3,6 milioni di bambini idonei alla vaccinazione, appena il 38% (1,2 milioni) aveva ricevuto la prima dose e il 34% (1,1 milioni) aveva completato la vaccinazione completa.

I dati sono forniti dallo stesso studio dell’ISS, il più esteso mai realizzato di questo tipo per numero di soggetti osservati e il primo realizzato al di fuori degli Stati Uniti, dal titolo Efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da SARS-CoV-2 e il Covid-19 grave nei bambini tra i 5 e gli 11 anni in Italia: analisi retrospettiva del periodo gennaio-aprile 2022. I bambini presi in considerazione per lo studio, tutti italiani e senza precedente diagnosi di infezione da Covid-19, sono stati seguiti dal 17 gennaio al 13 aprile 2022. Le osservazioni sono state condotte su un totale di 2.965.918 bambini, dei quali il 35,8% (1.063.035) vaccinati con due dosi, il 4,5% (134.386) con una sola dose e il 59.6% (1.768.497) non vaccinati. Durante l’osservazione, sono stati registrati 766.756 casi di Covid, tra i quali 644 di infezione grave – di questi, 627 sono stati ospedalizzati, 15 ricoverati in terapia intensiva e 2 deceduti. All’interno del gruppo completamente vaccinato, l’efficacia del vaccino è risultata essere del 29,4% nei casi di infezione da Covid e del 41,1% nei casi di infezione grave. Nel gruppo parzialmente vaccinato, gli stessi dati scendono rispettivamente al 27,4 e al 38,1%. L’efficacia del vaccino, inoltre, ha raggiunto il picco del 38,7% dei primi 14 giorni successivi alla vaccinazione completa, per poi scendere al 21,2% nei 43-82 giorni successivi. “La vaccinazione contro il Covid-19 nei bambini tra i 5 e gli 11 anni in Italia”, scrivono gli scienziati, “mostra una minore efficacia nel prevenire l’infezione da SARS-CoV-2 e Covid-19 gravi rispetto a soggetti di età superiore ai 12 anni. L’efficacia contro l’infezione sembra diminuire dopo il completamento dell’attuale ciclo di vaccinazione primaria”.

“Molti Paesi in Europa e altrove hanno un livello di copertura vaccinale nei bambini tra i 5 e gli 11 anni relativamente basso. I nostri risultati suggeriscono che BNT162b2 [Pfizer-BioNTech] è moderatamente efficace nel prevenire le infezioni e le malattie gravi in questo gruppo di età. Tuttavia, l’efficacia è inferiore rispetto ad altri gruppi e, almeno contro le infezioni, sembra diminuire. Questi dati devono essere interpretati dalle autorità sanitarie pubbliche insieme ai dati sulla sicurezza dei vaccini e alla probabilità di mortalità e morbidità causate dal Covid-19 in questa fascia d’età”.

Come fatto notare da Antonio Cassone, immunologo membro dell’American Academy of Microbiology, in un articolo su Repubblica – l’unico, tra i media mainstream, che abbia trattato la questione -, i dati sull”incidenza di malattia grave nei bambini si aggirano a 2 ogni 100 mila per quanto riguarda i ricoveri in terapia intensiva e di uno ogni 100 mila per infezioni che portano al decesso. Tuttavia, poco dopo, lo stesso Cassone difende il principio delle vaccinazioni nei bambini anche di fronte a questi dati, in quanto il beneficio dei vaccini non è solo “evitare una grave malattia”, ma – riportiamo testualmente – “va visto anche in un’ottica educativa e sociale“, che si traduce nella possibilità di “andare a scuola, fare sport e altre attività insieme”. (Continua a leggere dopo la foto)

vaccini anti covid bambini

“Il punto più cogente riguarda la dose booster: fare cioè un richiamo vaccinale, una terza dose, anche nei bambini. I dati dell’ISS ne suggeriscono chiaramente l’opportunità se non la necessità. Di fatto la Pfizer ne ha già ottenuto l’autorizzazione negli USA dimostrando che il richiamo causa un aumento del livello anticorpale, anche se forse solo transitorio, ed un probabile incremento del grado di protezione” scrive l’immunologo.

Fermo restando che la somministrazione di farmaci e medicinali dovrebbe perseguire scopi puramente sanitari ed esulare completamente dall’intento educativo paventato su Repubblica, ricapitolando quanto dedotto dai dati siamo di fronte a un virus che nella fascia di popolazione in oggetto ha un tasso di ospedalizzazione irrisorio e un tasso di mortalità quasi nullo. Di queste bassissime percentuali di bambini infettati, la copertura di questo specifico vaccino dall’infezione da Covid-19 non arriva al 30%. Va notato come la distribuzione del vaccino per i bambini tra i 5 e gli 11 anni sia stata autorizzata dopo l’esito di uno studio – condotto da Pfizer negli USA – che ne esaminava l’effetto su appena 2000 soggetti di tale fascia d’età e che suggeriva un’efficacia del vaccino fino al 98%. Quanto emerso dalla ricerca dell’ISS non può non sollevare alcune riflessioni sull’esaustività di studi condotti su porzioni estremamente limitate di popolazione in tempi brevi, con la pretesa di applicarli successivamente su scala globale. Negli ultimi mesi si sono inoltre susseguiti studi che hanno dato risultati insoddisfacenti circa il rapporto rischi-benefici della vaccinazione pediatrica.

Vaccino Covid e ciclo mestruale: uno studio riporta alterazioni per il 42% delle donne

“Il 42,1% dei partecipanti ha riportato un ciclo mestruale più intenso” dopo essersi sottoposto alla vaccinazione anti Covid: è quanto emerso da uno studio osservazionale recentemente pubblicato sulla rivista Science Advances, che ha avuto ad oggetto oltre 35.000 donne. «All’inizio del 2021, molte persone hanno iniziato a raccontare di aver sperimentato sanguinamenti mestruali inaspettati dopo l’inoculazione», affermano gli autori del lavoro, che per tale motivo hanno deciso di studiare questo fenomeno emergente attraverso un sondaggio condotto tra aprile e giugno 2021. Da questo è appunto emersa, all’interno del gruppo composto da persone che avevano un ciclo mestruale regolare, che oltre quattro donne su dieci hanno avuto un ciclo più intenso, mentre il 43,6% del campione non ha riportato alterazioni nel ciclo dopo il vaccino ed il 14,3% ha riportato il problema inverso, ovvero un ciclo mestruale meno intenso.

Venendo invece al gruppo di persone che non avevano le mestruazioni, esso era costituito da due raggruppamenti: le persone in premenopausa – che “usavano contraccettivi reversibili a lunga durata d’azione (LARC) e/o contraccettivi ormonali continui e/o un trattamento per l’ affermazione di genere che elimina le mestruazioni” – e le persone in postmenopausa di età superiore ai 55 anni che non perdevano sangue da almeno 12 mesi. Tra i partecipanti in premenopausa senza mestruazioni perché in trattamento ormonale, la maggioranza ha “manifestato emorragia da rottura dopo il vaccino”. La problematica inoltre è stata segnalata dal 70,5% di coloro che utilizzavano solo contraccettivi reversibili a lunga durata d’azione e dal 38,5% di chi si rifaceva a trattamenti per l’affermazione di genere. Tra le persone in postmenopausa che non erano in trattamento ormonale, invece, il 66% ha riportato emorragie da rottura. (Continua a leggere dopo la foto)

vaccino covid e ciclo mestruale donna

I ricercatori sottolineano che lo studio, basandosi su esperienze auto-riferite, non può stabilire un nesso di casualità tra il vaccino e le alterazioni del ciclo mestruale né può essere considerato predittivo delle eventuali alterazioni nella popolazione generale. Tuttavia si tratta comunque di un lavoro di oggettiva rilevanza, non solo poiché al suo interno sono state incluse solo persone vaccinate prive di una precedente diagnosi di Covid-19, a volte associata a mutamenti del ciclo mestruale, ma anche perché i ricercatori non hanno preso in considerazione i dati della fascia di età 45-55 anni per evitare fattori confondenti legati alla perimenopausa, generalmente caratterizzata da alterazioni mestruali.

Oltretutto, lo studio pubblicato su Science Advances, giunge a risultati simile a quelli ottenuti da una ricerca italiana dello scorso mese di marzo dalla quale sono emerse alcune irregolarità nel ciclo mestruale di un gruppo di donne vaccinate. Il lavoro, che ha avuto ad oggetto un campione di 164 donne, ha infatti evidenziato che “circa il 50-60% delle donne in età riproduttiva che hanno ricevuto la prima dose del vaccino Covid-19 hanno riportato irregolarità del ciclo mestruale, indipendentemente dal tipo di vaccino somministrato”. “Il verificarsi di irregolarità mestruali sembra essere leggermente superiore (60-70%) dopo la seconda dose”, si legge inoltre nella ricerca, che sottolinea anche che “le irregolarità mestruali dopo la prima e la seconda dose di vaccino si sono risolte in circa la metà dei casi entro due mesi”.

Una reazione ogni mille dosi, il 18% gravi: il nuovo report AIFA sui vaccini Covid

L’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha pubblicato il dodicesimo rapporto sulle reazioni avverse ai vaccini anti-Covid19. AIFA comunica che, da inizio campagna vaccinale al 26 giugno 2022, è stata segnalata una reazione avversa ogni mille dosi somministrate. Per quanto riguarda gli esiti gravi (ricoveri, accessi al Pronto Soccorso, pericolo di vita, invalidità, anomalie congenite o decesso), sono il 18.1% del totale delle segnalazioni, ciò significa un evento avverso grave ogni 5.500 dosi somministrate. 916 segnalazioni gravi sono state decessi, riporta AIFA. Si tratta di dati che potrebbero non rivelare le proporzioni reali del fenomeno, sottodimensionandolo, dal momento in cui le informazioni derivano da un sistema di farmacovigilanza passiva, basato dunque sulle segnalazioni spontanee di coloro che assumono il farmaco.

Dal 27 dicembre 2020 al 26 giugno 2022, sono state somministrate in Italia 138.199.076 dosi di vaccino anti-Covid19, con il Comirnaty (Pfizer/BioNTech) a guidare la classifica rappresentando il 65,4% delle somministrazioni totali. Seguono Spikevax (Moderna) e Vaxzevria (ex Astrazeneca), a cui si è fatto ricorso, rispettivamente, 1 volta su 4 e 1 volta su 11. Allo stesso tempo, coloro che hanno avuto accesso al farmaco hanno segnalato 137.899 reazioni avverse, dunque una ogni mille dosi somministrate. Il 18,1% delle segnalazioni, circa 25.000, hanno avuto come oggetto delle reazioni avverse gravi, che vanno dal ricovero fino al decesso. L’esito mortale si è verificato 916 volte, rappresentando dunque il 3,7% delle reazioni gravi. (Continua a leggere dopo la foto)

distribuzione per eta
Distribuzione per età delle reazioni avverse. Crediti: AIFA

Controllando la distribuzione per età, è interessante notare le fasce più colpite, che coprono l’intervallo 20-59 anni. Nello specifico, l’età media delle persone che hanno avuto un evento avverso è 46,9 anni, con il tasso di segnalazione più elevato riguardante la somministrazione della prima dose. “A fronte di un’esposizione sovrapponibile fra i sessi (51% delle dosi somministrate nel sesso femminile e 49% nel sesso maschile), si conferma l’asimmetrica distribuzione delle segnalazioni rispetto al sesso, con il 69% delle segnalazioni che riguarda le donne (tasso di segnalazione 135/100.000 dosi somministrate) e il 30% gli uomini (61/100.000 dosi somministrate)”. I dati assumono particolare rilevanza anche alla luce di uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, che ha messo in evidenza il collegamento tra somministrazioni del vaccino anti-Covid e alterazioni nel ciclo mestruale. (Continua a leggere dopo la foto)

aifa covid una reazione ogni mille dosi

Ad ogni modo, i dati riportati da AIFA fotografano solo parzialmente il fenomeno, visto il sistema di farmacovigilanza passiva a cui le autorità competenti si sono affidate per il controllo della campagna di vaccinazione per il Covid-19. Contrariamente, il sistema di farmacovigilanza attiva prevede un monitoraggio diretto e a intervalli precisi di tempo. Le persone che ricorrono al medicinale devono attenersi a una scaletta di appuntamenti e di controlli per verificare l’insorgenza di sintomi ed eventi avversi. I controlli possono giungere anche a 10 anni di distanza, per la valutazione degli effetti a lungo termine di uno specifico medicinale, rappresentando l’unico sistema in grado di fornire un quadro scientificamente accurato.

Covid, vaccini e problemi cardiaci: uno studio israeliano fa luce sulla correlazione

“Aumento degli eventi cardiovascolari emergenziali nella popolazione di età inferiore ai 40 anni in Israele durante l’introduzione del vaccino e la terza ondata di Covid-19”: è questo il titolo di uno studio retrospettivo recentemente pubblicato sulla rivista Scientific Reports, dal quale è infatti emerso che, nell’arco temporale che va da gennaio a maggio del 2021, le chiamate ai servizi medici di emergenza israeliani per arresto cardiaco (CA) e per sindrome coronarica acuta (ACS) sono aumentate di oltre il 25% rispetto al 2019 e al 2020. Lo studio – condotto con l’obiettivo di “valutare l’associazione tra il numero delle chiamate in questione nella popolazione di età compresa tra i 16 ed i 39 anni e potenziali fattori tra cui i tassi di infezione da Covid-19 e di vaccinazione” – ha mostrato che “i conteggi settimanali delle chiamate di emergenza erano significativamente associati ai tassi di somministrazione della prima e della seconda dose di vaccino” e non, invece, “ai tassi di infezione da Covid-19”.

Una scoperta significativa, dato che al momento i dubbi a riguardo sono molti. Da un lato, infatti, finora gli eventi avversi cardiovascolari (tra cui la sindrome coronarica acuta e l’arresto cardiaco) sono stati “identificati come conseguenze dell’infezione da Covid-19” e, dall’altro, “i dati dei sistemi di vigilanza regolamentare e di auto-segnalazione, tra cui il Vaccine Adverse events Reporting System (VAERS) negli Stati Uniti, il Yellow Card System nel Regno Unito e il sistema EudraVigilance in Europa, associano simili effetti collaterali cardiovascolari ad una serie di vaccini anti Covid attualmente in uso”. Inserendosi quindi in tale contesto, i ricercatori hanno usufruito dei dati dei servizi medici di emergenza israeliani (EMS), hanno analizzato tutte le chiamate riguardanti arresto cardiaco e sindrome coronarica acuta registratesi dal 1 gennaio 2019 al 20 giugno 2021 e, abbinando tali dati a quelli sui tassi di infezione da Covid-19 e sui tassi di vaccinazione, sono arrivati ai risultati sopracitati che fanno presumere vi possa essere un legame tra i vaccini e gli eventi cardiovascolari. Il periodo durante il quale si è avuto il già menzionato incremento delle chiamate, infatti, è quello durante il quale da un lato in Israele vi era la terza ondata di pandemia ma dall’altro era iniziata la campagna vaccinale tra la popolazione di età pari o maggiore a 16 anni, condizione di fondo che nel periodo antecedente analizzato non vi era. (Continua a leggere dopo la foto)

vaccino covid studio israeliano fa luce sulla correlazione

I vaccini anti Covid, dunque, potrebbero rappresentare la causa di questo aumento, ma si tratta al momento ancora di un’ipotesi in quanto tale correlazione non viene provata dallo studio, i cui dati analizzati non includono determinate informazioni dei pazienti necessarie per determinare con certezza quale sia “l’esatta natura” dell’incremento osservato e quali siano i suoi fattori scatenanti. Lo studio, in pratica, non stabilisce “relazioni causali”, tuttavia i risultati a cui i ricercatori sono giunti da un lato generano “preoccupazioni in ottica effetti collaterali cardiovascolari gravi non rilevati indotti dal vaccino” e dall’altro mostrano “la già provata relazione causale tra vaccini e miocardite”. Quest’ultima – si legge infatti nello studio – costituisce una “causa frequente di arresto cardiaco inaspettato nei giovani”.

Detto ciò, lo studio pur essendo limitato rappresenta senza dubbio un campanello d’allarme, e non è dunque un caso il fatto che i suoi autori evidenzino il bisogno di indagare su quanto emerso in maniera più approfondita. “Il significativo aumento delle chiamate sottolinea la necessità di un’indagine approfondita sull’apparente associazione tra la somministrazione del vaccino anti Covid e gli eventi cardiovascolari avversi tra i giovani adulti”, affermano infatti i ricercatori aggiungendo che “Israele e altri paesi dovrebbero raccogliere immediatamente i dati necessari per determinare se tale associazione esista davvero, anche conducendo indagini approfondite sui singoli casi di arresto cardiaco e sindrome coronarica acuta nei più giovani e sulla loro potenziale connessione al vaccino o ad altri fattori”. “Ciò sarebbe fondamentale per comprendere meglio il rapporto rischi-benefici del vaccino”, si legge infine nello studio, nel quale si sottolinea che in tal modo si potrebbero “prevenire danni a pazienti potenzialmente evitabili”.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 15:25 DEL 09/05/2022: In seguito alla pubblicazione dello studio, l’editore della ricerca ha aggiunto una nota nella quale avvisa i lettori del fatto che “le conclusioni a cui è giunto l’articolo sono soggette a critiche che sono al vaglio della redazione” e che “un’ulteriore risposta editoriale verrà fornita una volta che a tutte le parti sarà stata data l’opportunità di rispondere in modo completo”.

“Si reinfettano dopo aver assunto il farmaco”. Ecco l’ultima “fregatura” della “lotta” al Covid

“Effetto rebound”. Si chiama così la scoperta, non senza sorpresa, di essere di nuovo positivi al Covid appena dopo essersi negativizzati, a poco tempo dall’assunzione di Paxlovid (nirmatrelvir). Il Paxlovid è un antivirale raccomandato dall’Oms contro Sars-Cov-2, sviluppato da Pfizer per il trattamento precoce degli individui positivi, ma ad alto rischio di progressione verso forme gravi di Covid.
È esattamente quello che è accaduto in questi giorni al presidente americano Joe Biden, che è stato curato, appunto, con Paxlovid, ma alla fine del trattamento è tornato positivo. Il capo della Casa Bianca si era ammalato il 21 luglio; il tampone negativo era seguito il 26. Il giorno dopo tutto si è ribaltato: un altro test ha rilevato di nuovo la presenza del virus. (Continua a leggere dopo la foto)

tampone

Cos’è il Paxlovid e come funziona

Il Paxlovid è la “pillola anti Covid” di Pfizer e si basa su due principi attivi: l’inibitore della proteasi nirmatrelvir, sviluppato per bloccare la proteasi principale del coronavirus SARS-CoV-2; e l’inibitore di un enzima epatico (il CYP3A) chiamato ritonavir, che potenzia l’azione dell’inibitore della proteasi. L’azione sinergica di questi farmaci, in parole semplici, blocca la replicazione del patogeno pandemico con l’obiettivo di neutralizzarlo. Il trattamento approvato anche dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) si basa su un ciclo di cinque giorni e può essere prescritto ai pazienti con COVID lieve o moderata con età superiore ai 12 anni, non ricoverati in ospedale (per l’infezione) e che hanno un rischio significativo di sviluppare la forma grave della malattia. Fra essi rientrano pazienti anziani, soggetti immunodepressi, affetti da obesità e / o altre comorbilità associate all’esito infausto. (Continua a leggere dopo la foto)

paxlovid

Cos’è l’effetto rebound

Dall’approvazione del Paxlovid, i medici si sono accorti del controverso “effetto rimbalzo”, cioè di un ritorno alla positività del paziente dopo un periodo di negativizzazione. Lo scorso 24 maggio i CDC statunitensi hanno pubblicato un avviso di allerta sanitaria allo scopo di informare gli operatori sanitari, i dipartimenti di sanità pubblica e i singoli cittadini di questa eventualità. I CDC sottolineano che il rebound si verifica tra i 2 e gli 8 giorni dopo la prima negativizzazione. Sebbene le conseguenze della reinfezione solitamente non siano gravi, il soggetto dovrà nuovamente sottoporsi alle regole di isolamento fino alla nuova negativizzazione. (Continua a leggere dopo la foto)

pillola covid

Da che cosa è provocato

Per farla breve, durante il trattamento il farmaco può abbattere i livelli di virus nel paziente fino a non renderlo più rilevabile dal tampone, ma se una parte del patogeno sopravvive al ciclo di e continua a replicarsi, ecco che può “rispuntare” e tornare a essere rilevabile da un tampone oro-rinofaringeo. Si tratta comunque di un flebile riacutizzarsi dell’infezione, dato che, in base ai dati attuali, quella legata al rebound è comunque destinata comunque a sparire nel giro di qualche giorno. La conseguenza fastidiosa è quella di doversi rifare la quarantena. (Continua a leggere dopo la foto)

tampone positivo

La comunità scientifica si interroga

Il dottor Paul G. Auwaerter, direttore clinico della divisione di Malattie infettive presso la Scuola di Medicina della Johns Hopkins University, ha paragonato l’assunzione del farmaco allo “spostare i pali della porta” nel corso di un’infezione, una metafora per dire che il Paxlovid sopprime il virus, ma può non eliminarlo del tutto. Proprio per questo molti esperti si stanno domandando se non possa essere utile allungare il trattamento con Paxlovid, aumentando i giorni della terapia.

Documento FDA: anche il vaccino NOVAVAX potrebbe causare miocarditi

Il vaccino che “convincerà gli indecisi”: così i media avevano descritto il NOVAVAX, prodotto che la Commissione Europea già nel mese di agosto 2021 si era assicurata tramite un accordo relativo a 100 milioni di dosi – con un’opzione per altri 100 milioni – acquistabili dai Paesi dell’Unione. Ora però la FDA, l’organo statunitense che regola i prodotti farmaceutici, tramite un documento recentemente pubblicato si è detta preoccupata per un possibile rischio di infiammazione cardiaca legata al vaccino NOVAVAX. Dal rapporto infatti sono emersi 6 casi di miocardite/pericardite, la maggior parte dei quali nei giovani di sesso maschile, su circa 40.000 partecipanti alla sperimentazione relativa al vaccino. Tra i casi, inoltre, quattro eventi di miocardite si sono verificati entro i 20 giorni successivi alla vaccinazione. “Questi eventi sollevano preoccupazione per un’associazione causale con questo vaccino, simile all’associazione documentata con i vaccini Covid19 ad mRNA”, ha affermato a tal proposito la FDA, il cui comitato consultivo nella giornata di ieri ha però raccomandato l’autorizzazione del vaccino da parte delle autorità di regolamentazione, che potrebbero prossimamente dare il via libera alla sua somministrazione. (Continua a leggere dopo la foto)

novavax vaccino coronavirus

Nel frattempo NOVAVAX, in risposta ai possibili problemi di sicurezza segnalati dalla FDA, ha cercato di parare il colpo tramite una nota nella quale sostiene che ci si può aspettare di trovare “eventi di fondo naturali di miocardite in qualsiasi database sufficientemente ampio”, aggiungendo di ritenere che “non vi siano prove sufficienti per stabilire una relazione causale”. Ad ogni modo, ad essere certo è però il fatto che questi dubbi sollevati dalla FDA gettano inevitabilmente ombra sul vaccino della società di biotecnologie statunitense NOVAVAX che, essendo il primo vaccino ad utilizzare la tradizionale tecnologia delle proteine ricombinanti, si riteneva potesse convincere le persone scettiche nei confronti dei vaccini anti Covid ad m-RNA ed a vettore virale.

Ora l’Europa si è accorta di aver acquistato troppi vaccini, e cerca una via d’uscita

Dopo aver siglato contratti per ingenti quantità di vaccini anti-Covid e forse constatando che le dosi booster vengono rifiutate da un numero notevole di cittadini – basterà ricordare che in Italia, secondo i dati relativi all’8 giugno scorso, la percentuale di copertura per la quarta dose di vaccino sulla platea vaccinabile di persone immunocompromesse era del 36,2% – diversi Stati europei starebbero ora cercando di rinegoziare al ribasso gli accordi sottoscritti con le aziende produttrici. A rivelarlo è stata l’agenzia di stampa Reuters, la quale ha sottolineato che l’obiettivo sarebbe quello di ridurre le forniture di vaccini e di conseguenza diminuire la relativa spesa. Il paese leader in questo tentativo di revisione dei contratti, inoltre, sarebbe la Polonia: secondo quanto riferito alla Reuters da un diplomatico polacco, infatti, la nazione avrebbe più di 30 milioni di dosi in magazzino e dovrebbe acquistarne altri 70 milioni in base agli accordi attuali. In totale però la Polonia ha circa 38 milioni di abitanti, di cui il 59,3% ha completato il ciclo primario di vaccinazione.

La questione della rinegoziazione è stata discussa martedì in una riunione dei ministri della Salute dell’Ue svoltasi a Lussemburgo, durante la quale però il Commissario europeo per la salute, Stella Kyriakides, ha sostanzialmente fatto tornare tutti con i piedi per terra sottolineando che «ci sono sempre due parti in un contratto che devono essere rispettate» e che l’Ue «non può modificare unilateralmente i termini dei contratti». Il tutto probabilmente anche in risposta ad una lettera inviata alla Commissione Ue all’inizio di giugno e vista da Reuters, nella quale il ministro della Sanità polacco Adam Niedzielski insieme alle controparti di Bulgaria, Croazia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania e Romania chiedevano appunto una «riduzione delle quantità» dei vaccini ordinati, sulla base del fatto che i contratti sarebbero stati concordati quando era impossibile prevedere come si sarebbe sviluppata l’emergenza sanitaria, ora in netto miglioramento. «Siamo testimoni di un onere eccessivo sui bilanci statali, combinato con la consegna di quantità inutili di vaccini», avrebbero dunque affermato i ministri nella lettera congiunta, aggiungendo che ci sarebbe «un’alta probabilità che le dosi fornite all’Unione europea possano finire per essere smaltite». (Continua a leggere dopo la foto)

vaccino covid europa ue

In realtà, però, Pfizer e Moderna avrebbero già modificato in parte i loro accordi con l’Ue: tuttavia, riferendosi esclusivamente alla modifica concordata con Pfizer, i ministri avrebbero affermato nella lettera che si tratterebbe di «una soluzione insufficiente e atta solo a ritardare il problema». Sarà forse anche per questo che il Commissario europeo per la salute, Stella Kyriakides, ha dichiarato che la Commissione lavorerà per estendere le consegne oltre quest’anno e distribuirle in un periodo di tempo più lungo. Ad ogni modo, il coltello dalla parte del manico sembrano possederlo le aziende farmaceutiche dato che, secondo quanto riportato dalla Reuters, a maggio un funzionario dell’UE avrebbe affermato in anonimato che gli Stati membri avrebbero probabilmente perso qualsiasi causa legale intentata contro i fornitori. Nel frattempo, il dialogo a livello europeo dovrebbe continuare, con una riunione degli esperti sanitari dell’Ue sulla questione dell’eccesso di offerta che sarebbe prevista per il mese di luglio. Il tema d’altronde risulta essere alquanto importante, poiché se le società farmaceutiche non dovessero esaudire la richiesta di ridurre le forniture di vaccini si prospetterebbe un probabile spreco di denaro pubblico.

Covid: l’emergenza frena, gli affari delle big pharma continuano a correre

Mentre l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 si è sostanzialmente affievolita, con la situazione che nonostante i tanti contagi sembra essere sotto controllo, gli affari delle aziende farmaceutiche coinvolte nel business legato al virus continuano a correre. Le prospettive di guadagno delle big pharma, infatti, a quanto pare saranno rosee anche nel 2022: lo si desume dalle previsioni effettuate da Airfinity, una compagnia specializzata nelle analisi del mercato farmaceutico. In tal senso, secondo quest’ultima alcune delle note aziende che producono i vaccini anti Covid avranno quest’anno un importante aumento dei ricavi: in particolare Pfizer, che grazie alla vendita dei vaccini nonché del farmaco antivirale Paxlovid dovrebbe guadagnare circa 56 miliardi di dollari.

Per comprendere al meglio la situazione, però, bisogna analizzare separatamente le previsioni relative alla vendita dei vaccini e a quella degli antivirali. “Si prevede che Pfizer/BioNTech e Moderna vedranno un calo significativo dei ricavi delle vendite nel secondo trimestre, ma aumenteranno nuovamente con il nuovo vaccino mirato alle varianti”, questo si legge nell’analisi di Airfinity relativa ai vaccini, che a fronte di un calo dei ricavi di oltre il 60% nel secondo trimestre del 2022 sia per Pfizer che per Moderna, prevede che nei prossimi mesi i vaccini aggiornati alla variante Omicron invertiranno bruscamente la tendenza. La vendita degli stessi, infatti, addirittura “conquisterà un quinto del mercato del 2022”, con i vaccini che “dovrebbero essere utilizzati nelle campagne di vaccinazione autunno/inverno in tutto il mondo”. Precisamente, Airfinity stima che, nonostante una perdita da circa 8 miliardi di dollari tra il primo e il secondo trimestre, Pfizer alla fine ricaverà 33 miliardi di dollari quest’anno sia dalla vendita del suo nuovo vaccino che di quello originale: una cifra superiore del 3,6% alle previsioni dell’azienda. Moderna invece, con una perdita di circa 4 miliardi di dollari tra primo e secondo trimestre, secondo Airfinity dalle vendite dei vaccini ricaverà 18,8 miliardi di dollari nel 2022: un valore “superiore ai ricavi dell’anno scorso di 17,6 miliardi di dollari”. (Continua a leggere dopo la foto)

pfizer affari denaro

Passando poi alla vendita degli antivirali, dal relativo rapporto emerge un andamento del mercato dominato da Paxlovid, il farmaco sviluppato dalla Pfizer i cui ricavi “aumenteranno del 530%”, passando da 1,5 miliardi di dollari del primo trimestre a 9,3 miliardi di dollari del secondo trimestre. Al contrario, il Molnupiravir della Merck vedrà un calo delle entrate, passando da 3,3 miliardi di dollari del primo trimestre a 1,3 miliardi di dollari del secondo trimestre: il tutto probabilmente a causa della maggiore disponibilità di Paxlovid, che “potrebbe aver ridotto la domanda di Molnupiravir”. “Si prevede che Paxlovid di Pfizer domini il mercato degli antivirali con un fatturato di 23,2 miliardi di dollari, occupando il 79% della quota di mercato”, si legge dunque nell’analisi, con Pfizer che quindi complessivamente, tra l’antivirale ed i vaccini anti-Covid, dovrebbe ricavare circa 56 miliardi di dollari nel 2022. Tuttavia, bisogna altresì tenere conto del fatto che, secondo Airfinity, la crescita delle vendite di Paxlovid potrebbe rallentare nella seconda metà del 2022, in quanto “i dati mostrano già che il ritmo dei nuovi accordi di fornitura è in calo negli ultimi mesi”.

Un’eventualità che però non dovrebbe generare preoccupazioni nell’azienda farmaceutica statunitense, che finora ha goduto di importanti profitti grazie alla vendita dei vaccini: basterà ricordare che, nel solo 2021, Pfizer ha incassato circa 37 miliardi di dollari dalla vendita dei suoi vaccini anti-Covid. Eppure, nonostante ciò l’azienda sembra decisa a proseguire il suo business, con la vendita dei nuovi vaccini che, a quanto pare, sta per partire. Una vendita che si pone sulla scia delle parole pronunciate dal Ceo di Pfizer Albert Bourla, che negli scorsi mesi affermava: «È probabile che le persone avranno bisogno di vaccinazioni annuali contro il Covid per molti anni a venire».

Mancano le relazioni sui vaccini: querela per Aifa, Ministero della Salute, Iss e Cts

Le istituzioni italiane sembrerebbero non essere in possesso dei documenti necessari a verificare l’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti Covid, i quali consentirebbero di mantenere il regime di autorizzazione condizionata: è questo sostanzialmente quanto emerso da un estenuante lavoro di indagine e ricerca effettuato da alcuni legali dell’associazione IDU (Istanza Diritti Umani) e dell’associazione DUS (Diritti umani e salute) nei confronti dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco), dell’Ema (Agenzia europea per i medicinali) e del Ministero della Salute. Una vera e propria ricerca della verità che, sulla base delle risultati emersi, il 4 marzo scorso ha portato l’associazione IDU a depositare presso la Procura di Roma una querela contro l’Aifa, il Ministero della Salute, il Cts (Comitato tecnico scientifico), e l’Iss (Istituto superiore di sanità), accusati di aver commesso i reati di omissione d’atti d’ufficio, abuso d’atti d’ufficio, omicidio colposo, lesioni personali, falsità ideologica, procurato allarme, falso in atto pubblico.

Per comprendere al meglio la vicenda, però, c’è bisogno di fare una breve premessa. I vaccini anti Covid-19 non hanno ricevuto da parte dell’Ema o dell’Aifa l’autorizzazione incondizionata alla commercializzazione, bensì l’autorizzazione condizionata, una procedura subordinata a precisi requisiti che le case farmaceutiche dovrebbero garantire e sottoporre alla verifica delle autorità. Sono gli stessi foglietti illustrativi dei vaccini anticovid-19 a specificarlo, ma non solo. Ciò che probabilmente è ancora più importante è il fatto che a mettere nero su bianco tale concetto è anche la stessa Aifa, che con la determina n.318 del 23 dicembre 2020 ha sostanzialmente chiesto alle aziende di depositare i seguenti documenti: il primo “Psur” (Rapporto periodico di aggiornamento sulla sicurezza) entro 6 mesi successivi all’autorizzazione e le relazioni intermedie di sicurezza, da fornire a partire dal gennaio 2021 fino al dicembre 2023, mese in cui dovrebbe essere messa a disposizione la relazione finale.

È proprio con la volontà di verificare il rispetto di tali requisiti, dunque, che i legali delle associazioni decidono di formulare, in data 29 novembre 2021, l’istanza di accesso agli atti all’Aifa richiedendo la consegna delle “Relazioni Intermedie” e degli “Psur”. Quest’ultima però, in data 28 dicembre 2021 e nella persona del Direttore Generale Nicola Magrini, afferma di non possedere la documentazione richiesta in quanto tali dati avrebbero “natura riservata” essendo di “proprietà esclusiva delle aziende produttrici”. I richiedenti vengono però invitati a rivolgersi all’Ema per reperire le Relazioni intermedie, mentre per consultare gli Psur viene fornito un link di collegamento del sito della medesima, il quale riporta tuttavia ad una pagina non più esistente. Allora in data 29 dicembre viene inoltrata istanza di accesso agli atti al Ministero, richiedendo la consegna degli Psur e delle Relazioni Intermedie di Sicurezza. Anche quest’ultimo però, nella persona del Direttore Generale Dott. Giovanni Rezza, il 2 febbraio 2022 afferma di non essere in possesso della documentazione in questione. Eppure, il regolamento UE 507/2006 all’art. 9 prevede che le relazioni periodiche di aggiornamento sulla sicurezza sono presentate all’Agenzia e agli Stati membri immediatamente su richiesta o almeno ogni sei mesi dopo il rilascio o il rinnovo di un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata, motivo per cui lo Stato Italiano, in quanto Stato membro, avrebbe a quanto pare tutto il diritto di richiedere la consegna. (Continua a leggere dopo la foto)

querela per aifa ministero della salute iss e cts

Ad ogni modo l’indagine prosegue ed il 29 dicembre 2021 l’istanza viene inoltrata all’Ema, che inizialmente afferma di non comprendere quali siano le relazioni richieste, poi sostanzialmente tergiversa, ed infine in data 9 febbraio 2022 oppone il proprio diniego all’accesso agli atti per una serie di motivi tra cui quello per cui l’agenzia non avrebbe individuato nessun interesse pubblico prevalente che giustifichi la divulgazione dei documenti richiesti e che prevalga sulla tutela dell’interesse privato: la diffusione dei documenti, infatti, pregiudicherebbe gravemente il processo decisionale.

È per tutti questi motivi, dunque, che si è giunti al deposito della querela. Per avere però un’idea più chiara riguardo al pensiero di coloro che hanno condotto questa ricerca della verità, abbiamo chiesto un commento ad uno dei legali che ha indagato sulla vicenda, Enzo Iapichino dell’Associazione IDU. «Cosa significa tutto ciò? Significa che in Italia abbiamo la legislazione del ricatto», ha affermato l’avvocato, sottolineando che «se da un lato determinate categorie di soggetti che scelgono di non vaccinarsi non possono essere retribuiti, dall’altro se si decide di chiedere i documenti a sostegno di efficacia e sicurezza dei vaccini essi non vengono forniti, e non si sa neanche se esistono».

OMS: in autunno dose di vaccino aggiornato per tutti, anche senza dati

Secondo quanto riferito dal pool di esperti del Gruppo di Consulenza Tecnica per il Covid-19 dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il virus del Covid-19 continuerà a circolare nei prossimi mesi, provocando l’insorgere di nuove varianti. Le modalità in cui questo avverrà e le caratteristiche delle varianti rimangono al momento incerte, tuttavia basandosi sui dati della protezione offerta dal virus originale, il Gruppo ha raccomandato la somministrazione di dosi booster di vaccino contenente la variante Omicron, in quanto potrebbe «probabilmente» generare una risposta anticorporale. (Continua a leggere dopo la foto)

oms in autunno dose di vaccino

La protezione offerta dai vaccini, sostengono gli esperti, mira a ridurre i ricoveri e i decessi e contenere la gravità del decorso della malattia. Tuttavia, tutti i dati sino ad ora a disposizione riguardano la vaccinazione contro il virus «che è stato identificato dai primi casi di COVID-19 nel dicembre 2019». Proprio l’incertezza dell’evoluzione del virus porterebbe, secondo il Gruppo di Consulenza, alla necessità di una protezione più ampia nei confronti delle varianti in circolo. Così, l’inclusione della variante Omicron in una nuova composizione aggiornata del vaccino potrebbe essere, a loro parere, utile da somministrare come dose booster. Sono gli stessi esperti, tuttavia, a dichiarare che non vi siano dati sufficienti per sancire la certezza dell’efficacia di un vaccino del genere. La risposta anticorporale attivata da Omicron potrebbe essere probabile, ma non certa.

A maggior ragione, i dati sul funzionamento di vaccini contro ulteriori varianti costituiscono al momento solamente delle ipotesi. Per quanto l’efficacia di simili vaccinazioni sia solo presunta, il gruppo «incoraggia fortemente la generazione di dati clinici sulle risposte immunitarie nell’uomo a una serie primaria e/o a una dose di richiamo di vaccini specifici per Omicron, attraverso diverse piattaforme vaccinali».

L’amministratore delegato e fondatore della tedesca BioNTech, la quale produce il vaccino Pfizer, avrebbe inoltre sostenuto la necessità di lanciare una campagna vaccinale di vaccini contro le sottovarianti di Omicron già in autunno, vista la loro rapida diffusione. A suo parere, dilungarsi in una fase sperimentale a questo punto sarebbe del tutto inutile, vista la somiglianza dei nuovi vaccini con quelli già somministrati. Per effettuare studi clinici sui nuovi vaccini, sarebbero necessari infatti fino a 7 mesi.

Insomma il vaccino non c’è, i dati sul suo funzionamento costituiscono solamente ipotesi ma c’è già chi prevede una campagna autunnale di massa che non passi nemmeno per la sperimentazione clinica. Il tutto nonostante le dosi booster già esistenti siano state rifiutate da un numero sempre maggiore di cittadini, motivo per il quale l’Europa già cercava una via d’uscita per limitare le forniture.

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